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Watch and you’ll see
Someday I’ll be
Part of your world.

La sirena è da sempre un potente simbolo di transizione, di passaggio da uno stato all’altro, ma in partenza rappresenta una condizione a metà del guado, non appartenendo pienamente a nessuna delle due identità attraverso cui si muove. Né donna, né pesce.
A livello metaforico, questa figura si lega quindi da un lato ad una condizione ibrida e dall’altro ad un desiderio di trasformazione, come quello incarnato dalla celebre sirenetta protagonista della fiaba di Hans Christian Andersen del 1837.

Questo concetto favorisce diverse interpretazioni, ad esempio quella che si lega all’esperienza delle donne transgender, che in molti casi sentono la necessità di adeguare il corpo alla propria identità di genere, in un metaforico passaggio da sirena a umana (il dolore fisico provato dalla sirenetta di Andersen è stato spesso associato ad interventi chirurgici di riassegnazione del sesso).

Tuttavia, questa non è la sola visione possibile: la natura della sirena può incarnare infiniti modi di essere in una coniugazione fra femminile e maschile, oppure restando al di fuori dei rigidi binari del genere o di qualunque altra norma prestabilita, incarnando la libertà nelle diverse sfumature dell’essere queer. La libertà di sentirsi al di fuori di ogni categoria, un ‘pesce fuor d’acqua’ rispetto al resto della società.

Ad essere affascinate dalla sirene, e a volerne incarnare i panni, sono molte bambine transgender (come Jazz Jennings, protagonista della docu-serie Io sono Jazz (2015-presente)), ma anche bambini la cui fantasia non andrebbe mai ostacolata dalle norme di genere.
Lettura consigliata: Julián è una sirena (2018) di Jessica Love.

Un’altra visione molto diffusa è quella che lega la sirena all’adolescenza femminile. Christy Williams scrive che nella cultura pop americana la sirena costituisce un simbolo dei difficoltosi riti di passaggio dallo status di bambina a quello di donna, mentre Susan White sostiene che i film di sirene della fine del XX secolo raccontino “esperienze dolorose di crescita” che mettono in luce difficoltà e paure legate allo sviluppo femminile. In linea con quest’interpretazione, il sangue della sirenetta di Andersen celerebbe – secondo Roberta Trites – un riferimento alle mestruazioni, così come il dolore provato dalla sirena a seguito della sua trasformazione (a ogni passo le sembrerà di camminare su affilate lame di coltello) può essere associato al primo rapporto sessuale.

Pur edulcorata da questi aspetti, l’adolescenza femminile è la tematica centrale del Classico Disney La Sirenetta (1989): la protagonista Ariel è un’adolescente che passa all’età adulta grazie al proprio interesse amoroso (Eric), che la porterà ad abbandonare la sua famiglia di origine per crearsene una nuova. Il personaggio coniuga la curiosità e il senso di meraviglia infantile – già caratteristica di personaggi Disney come Alice de Alice nel paese delle meraviglie (1951) e Wendy di Le avventure di Peter Pan (1953) – con un interesse sentimentale che la traghetta dall’innocenza dell’infanzia alla maturazione (anche) sentimentale e sessuale dell’età adulta.
E se l’Ariel-umana del finale rappresenta l’Ariel-adulta, allora è evidente il motivo per cui Tritone vorrebbe che la figlia rimanesse una sirena: lui la vede ancora come una bambina!

In virtù di quanto detto, è interessante notare come La Sirenetta nasca proprio come opera di transizione: pur virando nettamente verso il Rinascimento Disney di cui si fa capostipite, il film conserva alcuni tratti della fase precedente, in primis i colori, non ancora brillanti come quelli che – grazie alla tecnologia digitale – caratterizzeranno i successivi Classici, e diverse incertezze grafiche o narrative, giustificate dal tuffo nel vuoto della nuova generazione di artisti disneyani, che fino a quel momento non si erano mai confrontati con un progetto così grandioso.

Nel film, la tematica della crescita raggiunge la superficie, manifestandosi sotto gli occhi di tutti, mentre una possibile lettura queer (ampiamente giustificata dall’apporto di Howard Ashman, gay dichiarato, all’intero film), rimane sott’acqua, nella dimensione del ‘non detto’.

Curiosamente, possiamo individuare un riferimento più didascalico nel precedente Splash! Una sirena a Manhattan (1984), prodotto sempre dalla Walt Disney, ma sotto l’etichetta Touchstone Pictures, che lasciava spazio a pellicole per adulti.
La sirena protagonista, autobattezzatasi “Madison” nel linguaggio terrestre, è in grado di mutare forma con l’ausilio dell’acqua – viene quindi meno la metafora dell’operazione di riassegnazione del sesso – e si mostra umana di fronte ai terrestri. Quando rivela all’uomo di cui è innamorata (Allen) di avere un segreto, quest’ultimo ribatte così:

Sei sposata? Stai per morire? Un tempo eri un uomo?
Qualunque cosa sia non m’importa, me lo puoi dire.

Il fatto che Allen prenda in considerazione l’eventualità che Madison possa essere una donna trans (dichiarandosi aperto a tale prospettiva) è già indicativo, ma è ancora più interessante la reazione che finisce per avere quando scopre che si tratta in effetti di una sirena: appare disgustato ancor più che spaventato, tanto che si ritrae quando lei si avvicina per abbracciarlo. In contrasto con Eric, che nel Classico Disney appariva al massimo perplesso, salvo poi correre subito a salvare l’amata, il percorso di accettazione di Allen è più complesso e può essere associato alla condizione di un uomo eterosessuale che fatica a fare i conti con il fatto che la donna di cui si è innamorato è transgender, salvo poi rendersi conto che in fondo non è cambiato niente, che è sempre la stessa persona che ha conosciuto qualche giorno prima.
Ai possibili riferimenti si aggiunge anche l’interesse degli scienziati nei confronti della condizione di Madison (con particolare enfasi sui genitali), il fatto che i due innamorati non possano vivere il loro amore alla luce del sole e infine, come suggerito da Angelo Serfilippi, anche il fatto che Madison scelga il suo nome ‘umano’ può essere letto come un riferimento all’esperienza delle donne trans.

In chiusura, riprendiamo le fila del discorso per chiederci: cos’altro accomuna i film citati?
È un caso che, nello stesso decennio, la Disney abbia prodotto ben due film a tema sirene (tre, contando il sequel di Splash!), oppure possiamo suggerire una possibile interpretazione che rilegga la metafora dell’ibridità alla luce della sensibilità post-femminista?

(Post-)feminism is in the water

La presenza del femminismo nelle nostre vite è data per scontata.
Per la nostra generazione, il femminismo è come il fluoruro.
Lo notiamo a stento – è semplicemente nell’acqua.

Jennifer Baumgardner e Amy Richards – Manifesta: Young Women, Feminism and the Future (2000)

La Sirenetta e Splash! presentano elementi tipicamente riconducibili agli anni ’80. Ne abbiamo già parlato in relazione al primo, ma questi risultano ancora più evidenti nel secondo, in virtù del fatto che la storia è ambientata nello stesso periodo in cui il film è uscito. Splash! dipinge il clima edonistico e materialista degli anni ’80, con lo strapotere della televisione e delle televendite (grazie a cui Madison impara a parlare la lingua degli umani), che spingono al consumo (tanto che la prima cosa che Madison fa, dopo aver visto la TV, è uscire a fare shopping in un grande magazzino). C’è addirittura un accenno al fenomeno dell’aerobica (a cui Madison si dedica in un negozio di televisori), in cui l’ossessione ottantina per il fitness e la cura del corpo si unisce a quella per il divertimento, la musica e i colori stroboscopici. È poi interessante notare come Madison esca di casa per la prima volta con un completo da uomo (appartenente ad Allen): il suo look sembra rimandare a icone della musica e della moda di quel decennio, come Annie Lennox, ma la commessa dei grandi magazzini reagisce stranita, indirizzandola verso outfit più femminili.

Madison ha i capelli frisé, com’era in voga negli anni ‘80.

Sulla terraferma, la sirena entra in contatto con la società americana degli anni ’80, in tutte le sue contraddizioni. Si tratta infatti di un periodo particolare nella storia degli Stati Uniti: lasciato da parte l’impegno socio-politico dei due precedenti decenni, si assiste all’ascesa una nuova forma di conservatorismo – favorito dalla presidenza di Donald Reagan – che si esprime in ogni aspetto della vita degli americani e delle americane.

Per descrivere la condizione femminile di quest’epoca, Angela McRobbie parla di double entaglement o “doppio intreccio” di valori in relazione al genere, alla sessualità e alla vita famigliare, con il femminismo che da un lato è dato per scontato (i suoi principi fondamentali sono ormai assimilati, visti come semplice buon senso), ma dall’altro è anche temuto, odiato, ripudiato.
In risposta all’entrata in massa delle donne sul mercato del lavoro, si genera una tensione opposta, che le spinge nuovamente verso ruoli tradizionali. L’immagine della “donna in carriera” che mette la propria ambizione davanti al marito e ai figli viene severamente criticata. Cresce la preoccupazione nel riuscire a conciliare lavoro e famiglia, sorge l’esigenza di ‘avere tutto’. La figura della sirena, in virtù della sua natura ibrida, incarna perfettamente questa fusione fra tradizione e progresso, diventando un simbolo di dualità che da un lato tende verso la trasformazione e dall’altro abbraccia quest’apparente contraddizione, quasi invocando una stasi.

Susan White sostiene che i film sulle sirene degli anni ’80 riflettano “un inasprimento dell’ansia occidentale in merito al cambiamento dello status sociale e politico delle donne”. La società non può che prendere atto di quanto la condizione femminile abbia fatto grandi passi avanti, ma cerca comunque di riportare indietro le donne, alimentando le loro insicurezze nel riuscire a conciliare la loro nuova indipendenza con un desiderio sentimentale, o accusandole di essere ‘poco femminili’ a causa della loro assertività o ambizione professionale. Laura Sells sostiene che dietro alla patina fiabesca de La Sirenetta si celi una storia molto contemporanea sui “costi, i piaceri e i pericoli dell’accesso delle donne al mondo degli umani”, ossia “degli uomini”. Come tante donne che entrano nella forza lavoro o in qualsiasi altra sfera (pubblica) maschile, Ariel lotta con le aspettative socio-culturali che la spingono a scegliere fra la propria voce e la possibilità di entrare a far parte di quel mondo.

Laura Sells cita due donne che hanno fallito nel momento in cui non sono riuscite ad accettare questo compromesso. Nel 1984, Geraldine Ferraro fallì nella sua candidatura alla vicepresidenza degli Stati Uniti perché gli elettori la consideravano troppo aggressiva, quindi troppo vicina ad un modo di fare considerato ‘maschile’. Allo stesso modo, Hillary Clinton era stata chiamata la “Lady Macbeth di Little Rock”, la “Evita Peron d’America” e “co-presidente di Bill”. La campagna presidenziale di Bush aveva cercato di screditarla suggerendo che la sua ambizione e il suo temperamento non la rendessero “una vera donna”.

Alla luce di quanto detto, la rappresentazione di Ariel riflette il modo in cui molte giovani americane stavano riconsiderando il loro ruolo nella società sempre più conservatrice degli anni ’80. Le donne si stavano allontanando dalle idee femministe che sfidavano i ruoli di genere tradizionali per abbracciare una visione più convenzionale della femminilità, pur mantenendo i più basici principi di uguaglianza fra i due sessi. Allo stesso modo, i valori progressisti incarnati da una principessa ribelle, determinata e intraprendente come Ariel si intrecciano con il suo desiderio amoroso, che la conduce verso il matrimonio (e quindi verso valori tradizionali). Dopotutto, appena due anni più tardi, la sociologa Andrea Press (1991; cit. in O’Brien, 1996) scriveva che anche quando i mass media permettono l’inclusione di idee femministe nel prodotto finito, spesso queste sono collocate all’interno di un discorso che favorisce una visione tradizionale della femminilità.

La sirena di Barbara Bush

La dualità tipica del post-femminismo è perfettamente incarnata dal discorso di Barbara Bush alle laureande del Wellesley College di Boston nella primavera del 1990.
In quell’occasione la First Lady, moglie dell’allora presidente George H. W. Bush, si era dovuta approcciare con un pubblico composto in buona parte da giovani femministe che avevano fortemente criticato la sua presenza sulla base del fatto che il suo principale merito fosse quello di essersi sposata con un uomo importante. Barbara Bush era stata selezionata come oratrice a seguito di un sondaggio fra le studentesse che aveva visto trionfare Alice Walker, attivista femminista e autrice de Il colore viola (1982). Quest’ultima aveva declinato l’invito, per cui l’istituto aveva optato per la seconda più votata, Barbara Bush, suscitando le critiche di circa 150 studentesse che sostenevano che la First Lady – conosciuta principalmente come moglie e madre di famiglia – non rappresentasse il tipo di donna che il college le aveva preparate a diventare.

Barbara Bush con il marito, George H.W. Bush.

Questa polemica ricevette una copertura mediatica nazionale. I mass media alimentarono la visione secondo cui le ragazze che si opponevano alla presenza della Bush stessero esprimendo un rifiuto per il ruolo di moglie e madre, incarnando l’immagine stereotipata delle femministe “isteriche” che rifiutano matrimonio e figli, o che – anche volendo farsi una famiglia – sono destinate a restare ‘zitelle’ perché incarnano caratteristiche considerate ‘maschili’ come rabbia, autorevolezza, potere, controllo o un'”eccessiva” ambizione professionale. “Mi chiedo dove saranno queste ragazzine fra 20 anni. Molte di loro avranno ottenuto grande successo a livello professionale, ne sono sicuro. Forse in quella folla ci sono delle future amministratrici delegate (CEO)… ma quante di loro usciranno ogni sera dai loro sontuosi uffici all’ultimo piano per tornare a casa dal loro gatto?”, scrisse Lewis Grizzard sul quotidiano Atlanta Constitution (25 aprile 1990).
La protesta delle studentesse aveva semplicemente a che fare con il fatto che l’immagine pubblica di Barbara Bush strideva con le loro ambizioni professionali (ciò per cui avevano studiato) – in fondo era lecito aspettarsi che l’oratrice scelta per la cerimonia di Laurea costituisse un modello di riferimento in quello che per loro era un importante rito di passaggio (o di accesso al mondo ‘degli umani’, come direbbe Laura Sells) –, ma i media ne approfittarono per intavolare un discorso sulla svalutazione del ruolo della madre nel pensiero femminista di quegli anni.

Nan Keohane, l’ufficiale senior del Wellesley College, dichiarò che la disputa poteva avere l’utile funzione di rendere pubblico il dibattito su cosa fosse il femminismo. Le donne dovrebbero definirsi solo attraverso le loro carriere o aspirare a una “vita sfaccettata con tanti diversi tipi di ricompense”?
“Il femminismo è difficile da definire, ma certamente non è anti-famiglia”, concluse Keohane. Susan Reverby, professoressa associata e responsabile del programma di women’s studies di Wellesley, disse che la controversia illustrava due lati del femminismo, da una parte la valorizzazione delle ambizioni professionali delle donne e dall’altro il riconoscimento delle attività non-retribuite di cura dei figli e del marito svolte dalle madri-casalinghe.

È interessante evidenziare, come già accennato, il fatto che la Bush fosse stata la seconda opzione più votata in un sondaggio che comprendeva grandi personalità come la scrittrice Toni Morrison, le attrici Whoopi Goldberg e Glenn Close, la presentatrice TV Connie Chung, l’astronauta Sally Ride, la giudice associata della Corte Suprema Sandra Day O’Connor e la rappresentante democratica Patricia Schroeder. Di fronte alle carriere di queste donne, il fatto di scegliere una relatrice solo in quanto “moglie di…” poteva certamente reiterare la visione secondo cui la ricompensa più importante per ogni donna è sempre il marito, la famiglia. E sarebbero le stesse donne, in questo caso le studentesse che l’hanno votata, a pensarlo.
Come scrive la psicologa femminista Phyllis Chesler, l’ampia percentuale di voti ricevuti da Barbara Bush dimostra come ci fosse “una guerra che infuria nei cuori e nelle menti delle donne. Il fatto che così tante studentesse abbiano votato a favore della signora Bush suggerisce che molte donne vogliano ancora vivere nel castello e credere nel mito del salvataggio per mezzo del matrimonio e credere nel Principe Azzurro” (New York Times, 4 maggio 1990).

Come possibili modelli ispirazionali abbiamo dunque da un lato l’attivista femminista (Alice Walker) e dall’altro la moglie-madre (Barbara Bush) che subito rimanda all’immaginario delle principesse. La coesistenza di questi due ideali fra le laureande della stessa classe è già indicativa della natura ibrida del post-femminismo, che prende in considerazione gli avanzamenti derivati dal femminismo pur tendendo verso un nuovo conservatorismo.

In retrospettiva, il discorso che Barbara Bush terrà davanti alle studentesse del Wellesley College può essere visto come un inconsapevole manifesto del pensiero post-femminista, quasi una lectio magistralis sul tema, in grado di anticipare molti dei punti-cardine che ritroveremo nei prodotti mediali degli anni successivi. Per dare corpo al proprio speech, la First Lady scelse una figura metaforica, quella della sirena dell’aneddoto raccontato dal pastore Robert Fulghum nell’antologia di saggi All I Really Need To Know I Learned in Kindergarten, uscita nel 1986, a metà strada fra Splash! e La Sirenetta. Nel libro, Fulghum racconta la sua esperienza come educatore e, nel capitolo in questione, parla di un gioco di gruppo in cui i bambini devono spartirsi i ruoli fra Nani, Maghi e Giganti, posizionandosi in punti diversi del campo. All’improvviso compare una bambina che chiede: “E le sirene dove si mettono? Io sono una sirena!”.
“Non si immedesimava in un gigante, un mago o un nano. Sapeva qual era la sua categoria, sirena. E non aveva intenzione di lasciare il gioco […]. Intendeva partecipare, ovunque le sirene si inserissero nello schema delle cose. Senza rinunciare alla dignità o all’identità”, scrive Fulghum.
“Dove si mettono le sirene… tutte quelle persone che sono diverse, che non si adattano alle etichette e alle caselle disponibili?” chiede Barbara Bush, citando l’aneddoto.

A qualche mese dall’uscita de La Sirenetta nei cinema statunitensi, Barbara Bush adotta la sirena di Fulghum per difendere il suo ruolo di moglie-madre (e il fatto di essere stata scelta come relatrice) parlando della necessità per le donne di avere scelte multiple, in un’implicita critica ai limiti che il femminismo sembrava porre sulle loro vite.
La sirena parla lo stesso linguaggio delle studentesse del Wellesley College che, come la bambina dell’aneddoto, non hanno intenzione di rinunciare alla loro identità né al gioco, legittimando il loro malcontento.
Allo stesso tempo, tuttavia, la sirena è anche una metafora della condizione di Barbara Bush, che – come testimonia la polemica – non sembra rientrare in una categoria accettabile come modello ispirazionale per le studentesse che l’ascoltano in un momento per loro cruciale, un rito di passaggio che – come per Ariel – precede il loro ingresso nel mondo degli umani, o degli uomini.

“Per oltre 50 anni, si è detto che la vincitrice della gara annuale di hoop-rolling di Wellesley sarebbe stata la prima a sposarsi. Ora dicono che la vincitrice sarà la prima a diventare amministratrice delegata (CEO). Entrambi questi stereotipi mostrano troppa poca tolleranza per coloro che vogliono sapere dove si mettono le sirene…”, continua Barbara Bush.
In un certo senso, la First Lady invita le studentesse fra il pubblico ad agire come la sirena di Fulghum, rifiutando di inserirsi nelle caselle che limitano la definizione culturale di “donna”.
“Così voglio offrirvi oggi una nuova leggenda: la vincitrice della corsa sarà la prima a realizzare il proprio sogno – non i sogni della società, ma il proprio sogno personale”, conclude la Bush.

Sulla carta, il discorso sembra legittimare ogni tipo di scelta che le donne possono compiere (in contrasto con chi esalta il matrimonio a discapito della carriera e viceversa), purché la scelta non sia influenzata dalla società.
L’oratrice invita le studentesse ad ampliare l’orizzonte delle possibilità, ma la visione della Bush appare comunque sbilanciata dalla parte conservatrice. Da questo punto di vista, la sirena è una figura ironica e contraddittoria che critica la ristrettezza delle politiche identitarie nel femminismo a lei contemporaneo, ma allo stesso tempo valorizza un’immagine tradizionale altrettanto ristretta.

È molto interessante notare, in relazione con la natura transizionale-trasformativa della sirena, come Barbara Bush affermi che “ci troviamo in un periodo di transizione […] stiamo imparando ad adattarci ai cambiamenti e alle scelte che noi, uomini e donne, stiamo affrontando. Ad esempio, ricordo quello che ha detto un’amica, sentendo il marito lamentarsi con i suoi amici che ha dovuto fare da babysitter. Correggendolo all’istante, la mia amica ha detto a suo marito che quando si tratta dei propri figli, non si chiama ‘fare da babysitter’!
Forse dovremmo adeguarci più velocemente, forse dovremmo adeguarci più lentamente. Ma qualunque sia l’epoca […], una cosa non cambia mai: […] se avete figli, questi devono venire al primo posto”.
Ecco il fulcro dell’intero discorso.

L’importanza della famiglia torna prepotentemente nelle 3 scelte che la First Lady invita le studentesse a compiere. Anche qui, Barbara Bush parla di “choices“, in linea con l’enfasi post-femminista sulle scelte individuali delle donne, e le scelte che propone sono proprio tre, un numero molto ricorrente nelle fiabe (pensiamo ai doni delle Fate de La bella addormentata), evidenziando inconsciamente quanto questo ritorno alla tradizione possa legarsi ad un immaginario fiabesco.

Queste tre scelte sono:

L’alfabetizzazione
“La prima scelta è quella di credere in qualcosa di più grande di te stessa, facendoti coinvolgere in alcune delle grandi idee del nostro tempo. Ho scelto l’alfabetizzazione perché onestamente credo che se più persone potessero leggere, scrivere e comprendere, saremmo molto più vicini a risolvere molti dei problemi che affliggono la nostra nazione e la nostra società”. Le attività di Barbara Bush sul fronte dell’alfabetizzazione avevano riscosso il plauso dei suoi sostenitori e perfino della preside del Wellesley College. Si trattava di un merito secondo molti ingiustamente ignorato nella diatriba che la vedeva contrapporsi alle protesta delle studentesse. L’impegno della First Lady in questo specifico ambito poteva essere visto come un merito personale-professionale che le permetteva di andare oltre all’essere semplicemente la moglie del presidente. Tuttavia, in linea con la sensibilità post-femminista, Barbara Bush ricollega quest’elemento alla dimensione domestica, quindi alla sfera privata (dominio tradizionalmente femminile). La signora Bush esorta le studentesse a insegnare ai loro futuri figli a leggere, perché “il nostro successo come società non dipende da ciò che accade alla Casa Bianca, ma da ciò che accade all’interno della vostra casa”. Alla fine quel singolo tratto che sembrava denotare autonomia e realizzazione individuale, valorizzando l’importanza del contributo delle donne in ambito pubblico, si riduce all’atto di una madre repubblicana che prepara i suoi figli a diventare cittadini istruiti.

Divertirsi
“Nella vita deve esserci gioia. Dovrebbe essere divertente!”.
Con questa semplice frase, la Bush sembra anticipare la percezione che le post-femministe sembrano avere delle femministe – quelle della Seconda Ondata – viste come “guastafeste” che non sanno godersi la vita (feminist killjoy).

Famiglia e relazioni umane al primo posto
“La terza scelta da non dimenticare è quella di avere cura dei vostri legami umani: i vostri rapporti con la famiglia e gli amici. Per tanti anni vi è stata reiterata l’importanza della dedizione e del duro lavoro nella vostra carriera e, ovviamente, è davvero importante. Ma per quanto importanti potranno essere i vostri obblighi come mediche, avvocate o dirigenti d’azienda, siete prima di tutto esseri umani e quelle connessioni umane – con i coniugi, con i figli, con gli amici – sono gli investimenti più importanti che possiate mai fare. Alla fine della vostra vita, non vi pentirete mai di non aver superato un altro test, di non aver vinto un altro verdetto o di non aver chiuso un altro affare. Rimpiangerete il tempo non trascorso con un marito, un figlio, un amico o un genitore”. A questo punto vi sarà chiaro il modo in cui opera il pensiero post-femminista – pur affermando l’importanza di un valore progressista derivato dalle vittorie femministe (ad es. la realizzazione professionale per le donne), devia il discorso verso lidi più tradizionali con un rapido colpo di coda neo-conservatore (“però ci sono cose più importanti del lavoro”).

Ritorno alla fiaba

Con la sua sirena, quindi, Barbara Bush afferma la libertà di scegliere un ruolo tradizionalmente femminile in un mondo che sembrava trascinare le donne sull’altra sponda, verso ruoli storicamente maschili.
Così, la First Lady suggerisce che nel pubblico che l’ascolta possa esserci un’amministratrice delegata, ma anche la futura moglie di un presidente. Dopotutto la scelta più importante della sua vita, confessa la signora Bush, è stata proprio quella di sposare George.

In chiusura, Barbara Bush opta per una frase che si rivelerà profetica: “La polemica finisce qui, ma la nostra conversazione è appena all’inizio”.
Era il 1990, l’anno in cui – come scrivono Elaine J. Hall e Marnie Salupo Rodriguez – il post-femminismo prende definitivamente piede negli Stati Uniti, dando inizio ad una nuova era. Ritroveremo questa sensibilità in numerosi prodotti mediali, soprattutto negli anni ’90 e ’00.
Sarà proprio la Disney, sempre nel 1990, a capitalizzare su questo sentimento con Pretty Woman – una commedia romantica che riprende i tòpoi delle fiabe e quindi dell’animazione disneyana più classica, ma prima della sognante Cenerentola moderna interpretata da Julia Roberts, c’era stata la sirena del già citato Splash!. Come suggerito da Angelo Serfilippi, e dichiarato dallo stesso regista Ron Howard nel commento al film per l’edizione in DVD, gli ideatori avevano pensato ad un epilogo triste, con la sirena e l’umano che si dicono addio sul molo. Sono state le loro mogli e fidanzate, inorridite di fronte a tale prospettiva, a richiedere a gran voce un lieto fine amoroso che – per quanto vago – risulterà vincente, ispirando un ritorno alla fiaba (in ottica moderna) a cui faranno seguito la stessa Sirenetta, Pretty Woman e tutte le principesse Disney uscite fra gli anni ’90 e i ’00, in animazione e in live action.

“Sbaglio o in una prima vostra stesura (della sceneggiatura, ndr) lui non andava con lei? Credo che tutte le nostre mogli abbiano letto quella stesura e abbiano detto: ‘Siete pazzi?! Lui deve andare (deve seguirla)!’”, spiega Ron Howard nel commento audio di Splash!.
In risposta, lo sceneggiatore Babaloo Mandel conferma e dice che la reazione della moglie era stata: “Se lui non va, te ne vai tu di casa”.

Il successo di questi film suggerisce che le donne volessero ricominciare a sognare di abiti scintillanti, balli sontuosi e principi azzurri, ma senza rinunciare ai loro diritti fondamentali. Anche se spesso i confini fra una scelta e l’altra, o fra un mondo e l’altro, sembreranno invalicabili.

And may your future be worthy of your dreams.

“Che il vostro futuro sia all’altezza dei vostri sogni”.
– Barbara Bush alle studentesse del Wellesley College, 1 giugno 1990
Clicca qui per leggere l’intero discorso di Laura Bush (in inglese).
Clicca qui per guardare il video del discorso (in inglese).

Barbie spose, principesse, sirene

In chiusura, è interessante notare come l’industria del gioco si sia velocemente adattata a questi nuovi (e al contempo vecchi) modelli di femminilità, in grado di affascinare tanto le donne adulte quanto le bambine.

Negli anni ’80, i confini fra i giocattoli per maschi e quelli per femmine vengono rigorosamente marcati, anche a livello cromatico (clicca qui per leggere la storia di come il rosa è diventato il colore-simbolo della femminilità).

Prendiamo l’esempio di Barbie, la più celebre fashion doll del mondo, donna in carriera ed eterna fidanzata di Ken. Come ho scritto nell’analisi a lei dedicata, la Mattel risponde al fermento post-femminista con una sontuosa Barbie sposa (Wedding Fantasy Barbie) e con la prima principessa ispirata al mondo delle fiabe (My First Barbie Princess), entrambe uscite nel 1989, lo stesso anno del Classico Disney La Sirenetta.
Non è dunque un caso che, due anni più tardi, debutti anche la prima Barbie sirena, a testimonianza di quanto questa figura risultasse ormai profondamente impressa nell’immaginario collettivo a seguito dell’uscita di Splash! e soprattutto de La Sirenetta, legandosi strettamente a un’idea di femminilità spiccatamente post-femminista.
Nell’immagine qui sotto si può notare come siano uscite ben quattro principesse sirene in soli due anni, dal 1991 al 1993.

Da sinistra a destra: Mermaid Skipper and the Sea Twins (1993), Mermaid Barbie (la prima, del 1991), Fountain Mermaid Barbie (1993) e Magic Hair Mermaid (1993).

Nel 1995 e 1996 escono rispettivamente Sea Pearl Mermaid Barbie e Bubbling Mermaid Barbie, che curiosamente ricordano Madison di Splash! per i capelli frisé, la frangetta (nel secondo caso) e colori e materiali associabili all’estetica degli anni ’80, in un’ideale chiusura del cerchio.

Il più celebre modello di Barbie sirena degli anni ’90 (e forse in assoluto) resta però la Jewel Har Mermaid del 1995, raffigurata qui sotto.

Visita la sezione Barbie delle Storie in Evidenza sul mio profilo Instagram per scoprire più informazioni e foto sui modelli di Barbie sirena e Barbie principessa.

Si ringrazia Vittorio Pio Rosario Savasta per la catalogazione delle Barbie sirene e principesse, per le foto e informazioni grazie a lui reperite, e per una consulenza in merito a Splash!, per la quale si ringrazia anche Angelo Serfilippi, consultato soprattutto in merito alla prima parte dell’analisi.

Bibliografia

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Videografia

The Little Mermaid and a History of Mermaids (2019) e The Little Mermaid as a Queer Allegory, Explained (2022), caricati del canale The Take.

But what if I’m a mermaid …hey but I don’t care cause sometimes, I said, sometimes I hear my voice and it’s been HERE silent all these years.

Tori Amos (1991)

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