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In che modo Barbie, la fashion doll più famosa e longeva del mondo, ha incarnato lo spirito dei tempi, diventando il vessillo di una condizione femminile in continuo mutamento?
Partiamo per un viaggio nel tempo attraverso i modelli più significativi della bambola prodotti fra il 1959 e il 2000, per poi fare qualche considerazione sugli ultimi 20 anni di Barbie (2001-2021).

① 1959-1963: dalla nascita di Barbie all’alba della Seconda Ondata

L’invenzione di Barbie rappresenta, già di per sé, una piccola rivoluzione. Per la prima volta, le bambine avevano a disposizione una bambola che ampliava le loro possibilità di gioco: in qualità di fashion doll, Barbie si distingueva dai bambolotti con cui erano solite giocare a fare “la mamma”, presentandosi come un modello aspirazionale.

La prima Barbie, uscita nel 1959.

La prima campagna di marketing ideata da Mattel puntava a presentare Barbie come uno strumento attraverso cui le bambine – pettinandola e vestendola – avrebbero potuto imparare a badare al proprio aspetto in vista del matrimonio: alla luce di questo, il primo spot pubblicitario di Barbie poneva particolare enfasi sul modello vestito da sposa.

Test di mercato avevano dimostrato come le mamme d’America, inizialmente “shockate” di fronte alla voluttuosità del corpo della bambola, si sarebbero convinte ad acquistarla come veicolo aspirazionale: la bambina che giocava con Barbie avrebbe potuto imparare a “farsi bella” in vista del matrimonio.

Nonostante le premesse, la bambola si cementerà nell’immaginario collettivo come un’eterna rappresentazione della donna nubile, anche grazie alle numerose carriere da lei intraprese. Nei primi anni ’60, infatti, il lavoro era generalmente visto come una fase transitoria nella vita di una giovane donna, un temporaneo spiraglio di indipendenza economica prima di sposarsi e abbandonare il posto per badare alla casa e alla famiglia.

Nei primi anni della sua carriera, Barbie ricopre mansioni considerate ‘femminili’ secondo i canoni del tempo: si tratta di lavori spesso legati all’accudimento – come quello dell’infermiera (1961) o della maestra (1965) –, talvolta coadiuvato con la ‘bella presenza’, come nel caso dell’hostess (1961). Il lavoro femminile poteva poi abbracciare l’ambito della moda e della bellezza – Barbie viene di fatto presentata come una ‘fashion model’ fin dal suo debutto, ma nel 1960 diventa anche Fashion Editor. In questi primi anni stupisce la mancanza di una Barbie esplicitamente descritta come “segretaria”, uno dei mestieri più diffusi fra le donne, ma nel 1963 appare una più generica “Executive Business Girl” che apre l’immaginazione ai più svariati lavori d’ufficio che una giovane del tempo poteva svolgere.

Executive Career Girl, 1963.

La presenza di un impiego suggerisce dunque che Barbie non sia sposata: nonostante i vari modelli a tema usciti nei suoi oltre 60 anni di vita, infatti, la Mattel ha preso la decisione di non far mai convolare a nozze il proprio personaggio proprio per non porre limiti all’immaginazione delle bambine. All’epoca, la bambola rappresentava quel periodo di temporanea libertà che precedeva il matrimonio, ma col tempo è diventata il vessillo di uno stile di vita senza ‘data di scadenza’. Già nel 1962, prima che alle donne americane fosse permesso di possedere un conto in banca a proprio nome, Barbie godeva dell’indipendenza garantita dai frutti del proprio lavoro grazie ad un’automobile personale e una DreamHouse a lei intestata.

La prima ‘casa’ di Barbie non prevede strumenti volti al lavoro domestico, concentrandosi sul comfort di un soggiorno in cui ospitare gli amici o rilassarsi dopo una giornata in ufficio. La presenza di una fotografia incorniciata del suo fidanzato (Ken) suggerisce che Barbie viva da sola, proprio come la Holly Golightly di Colazione da Tiffany, uscito l’anno prima.

Qualcosa stava cambiando per le donne nubili americane, che finalmente cominciavano a veder legittimato il loro stile di vita: nel 1962 esce Sex And The Single Girl di Helen Gurley Brown, il manuale che le invitava a divertirsi, godendosi l’indipendenza economica e le relazioni pre-coniugali. Nel 1963 esce La mistica della femminilità di Betty Friedan, che spingerà la casalinghe americane a cercare “qualcosa in più”, assaporando un po’ di quella libertà che era loro concessa prima del matrimonio.
La Seconda Ondata femminista era ormai alle porte…

➁ 1964-1968: Barbie fra diritti civili e movimenti giovanili

Il 1963 è anche l’anno del più celebre discorso di Martin Luther King (“I have a dream”), che porterà i diritti degli afroamericani al centro del dibattito internazionale, e della prima donna nello spazio, Valentina Tereshkova, di cui Barbie imiterà le gesta diventando un’astronauta (1965), con un elmetto che rimanda ai copricapi ispirati all’era spaziale, in gran voga in quegli anni, che rappresentano il sogno di un mondo senza confini.

Astronaut Barbie, 1965

La prima grande rivoluzione estetica di Barbie arriva all’alba del ’68: fino a quel momento, i modelli di riferimento della bambola erano stati le grandi dive di Hollywood, poi Jackie Kennedy. Lo stile bon-ton dei suoi primi anni di vita è ben incarnato dal tubino nero che indossa nel 1964: un velato omaggio a Colazione da Tiffany che coniuga eleganza e praticità.

Black Magic Ensemble, 1964

Nel 1967 cambia tutto: le nuove tendenze arrivano dalla Gran Bretagna, facendo seguito all”invasione” inaugurata dai Beatles tre anni prima, e Barbie si ispira alle modelle inglesi Twiggy e Jean Shrimpton per il suo nuovo look, inaugurato con il modello Twist’n’Turn, che presenta lunghe ciglia e un aspetto più giovanile, in linea con i canoni estetici dell’era ‘mod’.

Twist ‘n’Turn Barbie, 1967

L’abbigliamento è più semplice e sbarazzino, quasi infantile, ma la più grande innovazione sta nel corpo, con un busto rotabile che permette alla bambola di muoversi come mai prima d’allora, anticipando il fenomeno inaugurato dal musical Hair nello stesso anno, che ha incarnato lo spirito giovanile del tempo attraverso danze scatenate che dai palchi di Broadway raggiunsero le piste da ballo.

Il nuovo modello di Barbie soppianta il precedente: le bambine potevano restituire uno dei vecchi modelli al negozio di giocattoli per ottenere una Barbie Twist’n’Turn a metà prezzo.

Una libertà di movimento che si tradurrà presto in una libertà di pensiero e d’azione, accompagnandosi ai movimenti giovanili (e femministi) in ascesa. L’anno successivo entra in vigore la legge che costituisce il completamento del Civil Rights Act del 1964, che aveva posto fine alla segregazione razziale: anche il mondo di Barbie fa spazio alla prima bambola afroamericana, di nome Christie.

➂ 1969-1979: Barbie e la liberazione femminile negli anni ’70

Il 1969 è l’anno del celebre Festival di Woodstock, che costituisce il pinnacolo della cultura hippie («Fate l’amore, non fate la guerra»), e due anni più tardi Barbie ne incarna i valori (in versione edulcorata) grazie al modello Live Action, il primo ad essere completamente articolato.

Live Action Barbie, 1971

Tuttavia, a a lanciare una vera ‘rivoluzione sessuale’ in plastica sarà il modello Barbie Malibu, uscito nello stesso anno.

Malibu Barbie, 1971

Si tratta della prima Barbie a guardare dritto davanti a sé: ad occhi contemporanei può sembrare un dettaglio irrilevante, ma non lo è. La critica culturale M. G. Lord la paragona all’Olympia di Manet nel suo guardare sfrontatamente in faccia il proprio interlocutore anziché aderire ai dettami di modestia e riservatezza che regolavano la rappresentazione delle figure femminili nella storia dell’arte (soprattutto quando presentavano corpi formosi e poco vestiti), le quali tendevano a guardare di lato, favorendo l’oggettificazione da parte dello sguardo maschile. Barbie Malibu, invece, guarda a sua volta lo spettatore: rifrangendo il suo sguardo, diventa un simbolo della liberazione femminile degli anni ’70.

Édouard Manet, Olympia (1863)

All’inizio di quel decennio, il movimento femminista stava lottando per un maggiore coinvolgimento delle donne americane sul mondo del lavoro, anche in posizioni storicamente riservate agli uomini. Questo è interessante in relazione a quanto dichiarato da Ruth Handler, creatrice di Barbie, in un’intervista del ’94: commentando il fatto che fra i primi modelli della bambola, all’inizio degli anni ’60, ci fosse una Barbie infermiera e non una Barbie dottoressa, Handler aveva spiegato di non aver mai “sognato di provare a cambiare il mondo”, ma di aver voluto piuttosto “mostrare il mondo così com’era”, evidenziando come a quell’epoca non ci fossero “donne che facevano il medico”.
È evidente che qualcosa stesse cominciando a cambiare nel momento in cui Barbie, nel 1973, reindossa il suo camice, ma questa volta come chirurga e non più solo come infermiera.

Surgeon Barbie, 1973

Il ’73 è però anche l’anno in cui scoppia una recessione economica che mette in ginocchio gli Stati Uniti. Sul finire del decennio, dopo anni di protesta, impegno politico e crisi sociale ed economica, i giovani trovano una via di fuga nel ritmo e nel glamour della scena ‘disco‘ e Mattel lancia il modello Superstar Barbie, che scolpisce l’immagine della bambola come una diva bionda in abito da sera e boa di struzzo, facendo strada all’edonismo che caratterizzerà gli anni ’80.

Superstar Barbie, 1977

➃ 1980-1988: Barbie fra ambizione ed edonismo

Dal 1980 al 1989, gli Stati Uniti sono governati da Donald Reagan: con la liberalizzazione del mercato si riaccende l’American Dream, che promette ai cittadini americani che, se lavorano sodo, possono realizzare tutti i loro sogni. Questo è il mantra degli anni di Reagan, incentrati sull’individualismo come fonte del proprio successo, tanto che la povertà è considerata un fallimento personale.

Si tratta di un decennio caratterizzato da un forte ottimismo di matrice capitalista: se ti impegni, puoi realizzare qualunque cosa. Questo vale anche per le ragazze, ma la deriva post-femminista è dietro l’angolo: è in questo decennio che nasce la convinzione che le donne abbiano già ottenuto tutti i diritti che potevano ottenere e dunque, se non riescono ad emergere sul mercato del lavoro, è solo perché non ci hanno provato abbastanza. La colpa è dell’individuo, non del sistema.

In questo contesto, ad affermarsi sono giovani ambiziosi e rampanti, i cosiddetti yuppie, che venerano il lavoro tanto quanto il divertimento: al centro di tutto c’è il fatto di godersi la vita nel senso più consumistico del termine. I concetti appena esposti sono perfettamente illustrati dalla campagna “We girls can do anything… right, Barbie?” del 1985, basata sul fatto che le ragazze possano fare qualunque cosa vogliano nella propria vita, l’importante è provarci. Lo spot mette in luce anche un altro concetto fondamentale: “We love working from 9 to 5, but when the day is done we girls deserve some fun” (“Adoriamo lavorare dalle 9 alle 17, ma quando la giornata finisce noi ragazze meritiamo un po’ di divertimento”), che fa eco al celebre ritornello della canzone Girls Just Want To Have Fun di Cindy Lauper, uscita due anni prima: “When the working day is done, oh girls they wanna have fun” (“Quando la giornata lavorativa è finita, le ragazze vogliono divertirsi”).

Lo spot mostra le bambine compiere diverse attività, anche sportive – la parte iniziale ci mostra una bambina bionda con i codini che torna dall’allenamento di football e si mette a giocare con Barbie, suggerendo una pacifica convivenza fra attività tradizionalmente considerate ‘femminili’ e altre ‘maschili’, concetto che verrà ulteriormente trattato nei decenni successivi.

La Barbie Day To Night del 1985 esprime appieno questo mantra, presentando un abbigliamento da ufficio per il giorno e un abito da cocktail per la sera. Sono gli anni di “Women can have it all”: le donne possono fare tutto e avere tutto – il successo professionale e una vita privata altrettanto eccitante.
Sul lavoro, Barbie indossa una power suit rosa: le spalle ampie, tipiche dell’abbigliamento da businesswoman anni ’80, possono essere interpretate come una metafora del farsi strada in un ambiente fino a quel momento dominato dagli uomini, mentre la scelta del colore può essere letta come una rivendicazione della propria femminilità (come avevo scritto qui). È proprio negli anni ’80, infatti, che il rosa si afferma come colore simbolo di bambine, ragazze e donne.

Dopotutto, si tratta di un decennio in cui colori sgargianti e ‘fluo‘ spopolano in tutti gli ambiti, dal business al tempo libero, caratterizzando anche il boom dell’aerobica, lanciato dai corsi in VHS di Jane Fonda, che rendono popolari body e tutine multicolor come quella indossata da Barbie Great Shape nel 1984. Coloratissimi anche gli outfit super-glam delle Barbie & The Rockers, la linea creata da Mattel per battere sul tempo l’uscita delle bambole di Jem & le Holograms, della Hasbro. Lavoro, fitness, divertimento, colore, musica e competizione (anche sleale): questi sono i favolosi anni ’80!

➄ 1989-2000: Barbie e il post-femminismo

Alla fine degli anni ’80, dopo due mandati del repubblicano Reagan, gli americani non sono diventati solo più ricchi, ma anche più conservatori.
Dopo aver allentato la presa negli anni ’70, i ruoli di genere si sono irrigiditi nuovamente: da un lato una mascolinità tutta-muscoli, dall’altro una femminilità che si ridipinge di rosa.
In questo senso, è interessante notare come la prima Barbie Principessa ispirata alle fiabe risalga proprio al 1989, lo stesso anno in cui è uscito il Classico Disney La Sirenetta.
Si torna a modelli femminili tradizionali (principesse, spose…), ma con una nuova consapevolezza. Il fermento conservatore della fine degli anni ’80 deve fare i conti con decenni di lotte femministe che non possono essere cancellate da un giorno all’altro.
E così, i principi base del movimento risultano sottintesi nelle storie di stampo fiabesco che vedono protagoniste le principesse del Rinascimento Disney (ne ho parlato qui) e, in seguito, la stessa Barbie, in un mix fra tradizione e progresso.

Si ringrazia Vittorio Pio Rosario Savasta per la catalogazione delle Barbie principesse, sirene e spose, che ci ha permesso di trarre queste conclusioni.

My First Barbie Princess, 1989

Alla luce di quanto detto, è importante notare come, fra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, Barbie non ricopra solo i ruoli di principessa, sposa o sirena (come Ariel), ma anche quelli di pilota e ufficiale dell’esercito, a cui seguiranno molti altri mestieri tradizionalmente maschili: poliziotta nel 1993, pompiera del fuoco nel 1995, etc.

L’attivista Amy Richards fa notare come, nel corso della sua storia, la bambola abbia ricoperto alcune mansioni che nella realtà erano assolte da un numero molto limitato di donne.
Per quanto riguarda il prossimo modello, possiamo dire con sicurezza che Barbie abbia incarnato un sogno che ad oggi non si è ancora avverato per nessuna donna, candidandosi come prima presidente degli Stati Uniti. Barbie For President esce nel 1992 e presenta due cambi: un tailleur più istituzionale e uno sfavillante abito da sera con i colori della bandiera americana. Nel Nuovo Millennio, Barbie si candiderà ad ogni elezione: 2000, 2004, 2008, 2012, 2016 (in coppia con la vicepresidente) e 2020 (all’interno di un team di professioniste).

Come dicevamo, il mantra “We girls can do anything” può avere un risvolto potenzialmente deleterio, favorendo l’erronea convinzione che la società non ponga più limiti alle aspirazioni delle donne. Le vittorie femministe dei decenni precedenti vengono date per scontate o addirittura additate come la causa dell’infelicità delle donne stesse.
E così ci si chiede se il femminismo possa ancora servire a qualcosa, mentre l’ottimismo degli anni ’80 lascia spazio all’insicurezza: è davvero possibile, per una donna, conciliare lavoro e famiglia?

Il pensiero che il femminismo abbia fatto il suo corso, che le donne abbiano ormai tutti i diritti che spettano loro, e che quindi non abbiano più di che lamentarsi ha dato il via libera al periodo più misogino della storia recente: da inizio anni ’90 (come evidenziato dal saggio Backlash di Susan Faludi) alla fine degli anni ’00.
Naturalmente, queste tensioni non vengono direttamente riflesse nella storia di Barbie, ma è interessante notare come il look della Career Girl (“ragazza in carriera”) del 1999 possa farci pensare al tipico abbigliamento di Ally McBeal, l’avvocata protagonista dell’omonima serie televisiva (andata in onda dal 1997 al 2002), che ha incapsulato molte delle problematiche appena espresse, tanto che il Time l’ha eletta a icona post-femminista in contrasto con le femministe della Prima e della Seconda Ondata.

Entriamo infine nel Nuovo Millennio grazie alla Jewel Girl Barbie: corpo atletico e outfit di gran tendenza. La moda del tempo richiede che l’ombelico sia scoperto e quindi Barbie, per la prima volta nella sua storia, ha anche l’ombelico (e la vita flessibile).

La bambola presenta una gonna lunga e ampia che cela al suo interno un paio di pantaloni a zampa d’elefante: due elementi, in apparente contrasto fra loro, che le bambine possono mixare e abbinare con altri capi d’abbigliamento.

Uno dei temi fondamentali della Terza Ondata femminista, che negli anni ’90 e ’00 è andata ora a fondersi e ora a scontrarsi con l’imperante post-femminismo, è la valorizzazione di quelle apparenti “contraddizioni” che in realtà sono semplicemente sfaccettature del carattere, delle passioni e delle attitudini di ogni ragazza e di ogni donna. E così, anche sport e iperfemminilità non sono più concetti separati, ma possono coesistere: nel 2001, Nike lancia una campagna che gioca sull’apparente dissonanza fra le attitudini e i comportamenti stereotipicamente considerati ‘femminili’ e quelli stereotipicamente considerati ‘maschili’, con claim come “Mi metto lo smalto alle unghie. Gioco a football”, mentre Reebok presenta una campagna in cui Venus Williams appare con un abito rosa da principessa e le scarpe da ginnastica, a dimostrare come una donna possa “fare” entrambe le cose.

Negli anni ’00, i prodotti audiovisivi rivolti a bambine/i, tween e teenager giocheranno molto con questo mix & match fra capi d’abbigliamento e accessori romantici, principeschi e tradizionalmente femminili, e altri più sportivi, grintosi, moderni. Troviamo un esempio magistrale in Lizzie McGuire – Il film (2003): al concerto finale, la protagonista indossa una gonna lunga e ampia di cui ad un certo punto si spoglia per rivelare un paio di pantaloni argentati a zampa d’elefante. Esattamente come Jewel Girl Barbie.

Questo concetto viene esplorato in maniera più profonda nell’episodio 2×32 della serie a cui il film si collega, ossia Lizzie McGuire (2001-2004). Protagonista della scena in questione è la coach Kelly, la professoressa di Educazione Fisica di Lizzie. L’insegnante è una donna forte e robusta, che a un primo sguardo può incarnare tratti stereotipicamente legati alla mascolinità, ma che non si lascia definire da ciò che la società associa al suo aspetto. “Per alcuni, essere forti è una cosa da maschi, ma è solo perché hanno poco cervello. Solo perché ti piace giocare a football, non significa che tu non possa fare cose più femminili. Io sollevo i pesi, ma mi piace anche ballare lo swing con il signor Lang. E mi cucio gli abiti da sola, dato che non ne trovo adatti alle mie braccia”.
“Questo è figo, allora lei fa entrambe le cose?”, chiede Lizzie.
“Sì, e puoi farlo anche tu, McGuire”.

Dopotutto, la stessa Barbie non ci aveva insegnato che le ragazze possono fare qualunque cosa? Una possibile commistione fra sport e iperfemminilità era già suggerita nel succitato spot del 1985, che si apriva con una bambina che giocava con Barbie in tenuta da football. Si tratta di una rappresentazione ben più illuminata rispetto a quella proposta dal video musicale Stupid Girls (2006) di P!nk oltre vent’anni più tardi, che di questo spot sembra costituire una parodia: anche qui c’è una bambina bionda con i codini che ama il football e le Barbie, ma alla fine del video è costretta a scegliere fra le due cose e l’attività ‘maschile’ è connotata in positivo a discapito di quella ‘femminile’. Assistiamo ad un processo di demonizzazione della femminilità tradizionale: un nuovo modello dominante prende il posto del precedente con il risultato di porre nuovi limiti sulla libertà di espressione delle bambine. Una cosa che Barbie non ha mai fatto.

Ponendo le basi sul Girl Power anni ’90, il jingle pubblicitario della Jewel Girl proclamava dunque:

“It’s a great time to be a girl!”

“È un ottimo momento per essere una ragazza!”

Nel 2000, Barbie torna a ricoprire il ruolo di candidata alla presidenza degli Stati Uniti ispirandosi al look di Hilary Clinton, che nello stesso anno era diventata senatrice dello stato di New York, dando inizio alla sua carriera politica.

Gli ultimi 20 anni (2001-2021)

Nel 2001 arrivano le Bratz, prodotte da MGA: con il loro look eccessivo e spregiudicato, caratterizzato da un’attenzione maniacale alla moda e un make-up marcato che enfatizza tratti già caricaturali, aderiscono perfettamente allo stile McBling (incarnato da Paris Hilton, fra le altre), che punta su un’estetica super-femminile dal gusto iper-artificiale.
A confronto, Barbie sembra un’educanda, o un relitto degli anni ’80.

Mentre Mattel lancia la linea MyScene, palesemente ispirata alle Bratz, la stessa Barbie rischia di perdere la bussola nel tentativo di imitare le sue rivali.

Nel 2004, Barbie coglie tutti di sorpresa quando lascia il suo storico fidanzato Ken per Blaine, un surfista canadese.

Tuttavia il fenomeno delle Bratz, essendo così radicato nell’estetica degli anni ’00, non poteva durare a lungo, e infatti le bambole della MGA faranno faville solo fino al 2008, quando la crisi economica traghetterà la moda di fine anni ’00 verso il minimalismo degli anni ’10.

E così inizia un nuovo decennio. Barbie abbraccia il mondo social (nel 2014 apre un profilo Instagram e l’anno dopo diventa vlogger), ma deve fare i conti con le critiche, che negli anni ’10 saranno più aspre che mai, scagliandosi contro il suo corpo idealizzato e la scarsa inclusività dei modelli proposti.

Non è più solo questione di integrazione etnica: la linea Basics del 2009 venne criticata aspramente perché mostrava sì donne di etnie diverse, ma tutte con fisici da supermodella.

In quel periodo, sui social – Tumblr e Twitter, prima di tutti – nasce una nuova consapevolezza in merito al rispetto e alla valorizzazione delle differenze di genere, razza, etnia, forma fisica e abilità che darà vita alla Quarta Ondata femminista.
A questo si aggiunge una crescente attenzione al concetto di fluidità di genere con un conseguente allentamento di ruoli e stereotipi di genere rispetto ai due decenni precedenti.

Mattel parte dal corpo: nel 2016, lancia sul mercato diverse bodyshape per le sue bambole – tall (alta), curvy (formosa) e petite (minuta).

Alla loro uscita si accompagna una copertina del Time che ha già fatto la storia: “Adesso possiamo smetterla di parlare del mio corpo?”.

Si tratta di un vero e proprio spartiacque nella storia di Barbie, a cui seguirà una produzione sempre più inclusiva: nel 2020, Mattel lancia una nuova linea di cui fanno parte bambole in carrozzella, calve, con la vitiligine, con una gamba artificiale…

Le bambole cominciano a riflettere anche l’abbattimento di stereotipi di genere nel look, come dimostra il make-up esibito dal Ken prodotto per il sessantesimo anniversario di Barbie nel 2019, o la linea di bambole gender-neutral (Creatable Worlds) che Mattel lancia sul mercato nello stesso anno.

Dopo aver insegnato alle bambine che potevano essere come lei, Barbie ha cominciato a diventare come le bambine e i bambini che l’ammirano, abbracciando tutte le sfumature della realtà. L’abbattimento di ogni etichetta invita tuttə ad essere davvero qualunque cosa vogliano essere.

Fonti consultate

Documentari

The Toys That Made Us, Stagione 1, episodio 2, Netflix, 2017

Tiny Shoulders: Rethinking Barbie, Hulu, 2018

https://www.youtube.com/watch?v=cKFVVZuvCY0

https://www.youtube.com/watch?v=cleZIXu4PXM

Siti

http://stage.onestore.barbie.com/en-us/about/history.html

http://www.barbiemedia.com/

http://www.pinkfashiondoll.com/mission.htm

https://www.barbieworld.it/

Cataloghi

Catalogo mostra “Barbie” al MUDEC, Sole 24 Ore, 2015

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