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Aurea mediocritas. Se dovessi definire il personaggio di Mirabel di Encanto (2021) in due parole, l’assocerei a quella virtuosa “via di mezzo” promossa dal poeta latino Orazio. Il termine si allontana dal valore dispregiativo associato al corrispettivo italiano (“mediocrità”), indicando una “giusta misura” che scongiura ogni tipo di eccesso, da un lato o dall’altro.

Mirabel è la tipica outsider, una di quei “pesci fuor d’acqua” su cui si basano le storie di buona parte della cinematografia disneyana. Fra le figure femminili che hanno incarnato quest’archetipo, possiamo citare Ariel, Belle, Mulan e molte altre, ma sicuramente la più celebre (e celebrata) del decennio scorso è stata Elsa di Frozen (2013), nei confronti della quale Mirabel si pone specularmente: entrambe sono delle outsider all’interno delle rispettive famiglie, ma per motivi opposti. Da un lato il potere, dall’altro la sua mancanza.

Anche nelle sequenze animate delle loro canzoni principali, Let It Go e Waiting On A Miracle, ci sono delle somiglianze.
Ne ho parlato qui.

In questa cornice, il percorso di Mirabel si pone come una giusta via di mezzo: non è eroica come Mulan e non è drammatica come Elsa. È gioiosa e ottimista (come Rapunzel e Anna), ma anche disillusa e lievemente sarcastica (non ai livelli di Megara). Anche se il candore non le manca, non è completamente ingenua; anche se vuole bene alla sua famiglia ed è legata alla sua casa, non appare mai leziosa o melensa. Non è perfetta, anzi: appare simpatica proprio perché sbuffa, si infervora e si innervosisce. Anche se appare goffa e imbranata, non è mai trattata come un zimbello. È empatica e altruista, ma pensa anche a sé stessa: non è completamente selfless. A differenza di Mulan, che si ritroverà solo nel momento cruciale ad ammettere di essersi arruolata anche per dimostrare a sé stessa e agli altri di valere qualcosa, Mirabel lo mette in chiaro subito, un attimo prima di partire all’avventura, mentre dialoga con la sua casa magica: “Lo faccio per te, per abuela… e anche un po’ per me”.
Nella missione di “salvare il miracolo” parte in quarta, come Mulan, per poi fermarsi e chiedersi: “Aspetta, come si salva un miracolo?”.
Mirabel dimostra di avere buone intenzioni, ma con tutti i limiti del caso: in questo, risulta deliziosamente realistica, smitizzando la solennità tipica del Viaggio dell’Eroe.

Scena presente solo nel teaser trailer.

Mirabel costituisce la giusta via di mezzo anche in relazione alle sue due sorelle, Luisa e Isabela.
La prima può incarnare il trope del “personaggio femminile forte”, quello che, agli occhi del pubblico generico, risulta “imposto” dalle cosiddette “nazi-femministe” – il termine, oltre ad essere offensivo, fa di tutta l’erba un fascio, incurante di quanto il movimento femminista sia eterogeneo.
Per quanto certi timori possano apparire esagerati, rimane oggettivo il rischio di creare eroine che costituiscano nient’altro che una versione al femminile di quel modello di mascolinità tossica che non ammette emozioni e cedimenti. La caratterizzazione di Luisa sembra voler affrontare la questione, presentando un personaggio femminile forte – non solo fisicamente, dato che vuole prendersi il “peso” di ogni responsabilità – che riesce infine ad ammettere le proprie debolezze. L’unica critica che possiamo farle risiede nel fatto che ad un certo punto sembri essere ridotta a “macchietta”: il suo pianto esagerato viene connotato in chiave comica, e questo risulta deleterio ai fini del messaggio che il film vorrebbe veicolare attraverso il personaggio.

Dall’altro lato c’è Isabela, che ricopre perfettamente il trope della Principessa Disney. Per quanto nessuna delle sue precorritrici venga mai connotata come perfezionista, non siamo certo nuove a commenti sull’idealizzazione (soprattutto estetica) delle Principesse, con riferimenti al fisico, alle aspettative irrealistiche in fatto di capelli e quant’altro.

Uno dei meme in cui i capelli delle Principesse Disney vengono ridisegnati in modo “realistico”.

Per quanto tali osservazioni si facciano portatrici di una tensione al realismo che mal si coniuga con i principi base dell’animazione (non solo disneyana), la Disney non può far altro che venir incontro al suo pubblico, come ha sempre fatto. E così, personaggi come Moana hanno portato in scena fisici e capelli più vicini alla realtà.

Ebbene: qui ci ricolleghiamo al personaggio di Isabela che, come dice Mirabel, ha sempre i capelli perfetti, non ha mai un bad hair day.

Il contrasto fra le due si nota anche nella texture dei capelli: lisci e soffici per Isabela, spessi e crespi per Mirabel.

È significativo, dunque, il fatto che la sua caratterizzazione passi proprio attraverso la consapevolezza di non dover sempre essere “perfetta”, ma di potersi lasciare andare, di potersi sporcare, non solo metaforicamente: e infatti, alla fine della sua sequenza musicale la vediamo spettinata e con i capelli e l’abito sporchi di colore.

Il concetto di un potere da “lasciar andare” ricollega Isabela ad Elsa di Frozen, ma quest’ultima sbriglia le redini di un potere che faticava a controllare, mentre Isabela si lascia andare nella manifestazione di un potere che dominava con fin troppa precisione.
Il modo in cui Isabela si muove, facendo uso del suo potere, può ricordare Rapunzel, che utilizzava i propri capelli come fossero liane.

Forse non è un caso che la sua capigliatura si sporchi di verde, colore che la ricollega a Bruno e alla stessa Mirabel (i suoi occhiali sono verdi, come parte del suo outfit), connotandola a sua volta come outsider rispetto alle aspettative della sua famiglia. Aspettative che tradisce non solo sporcandosi, ma soprattutto rifiutando un pretendente che si sentiva obbligata a sposare per il bene della famiglia: l’affermazione della propria libertà di scelta in fatto sentimentale la ricollega saldamente alle Principesse del Rinascimento Disney (Ariel, Belle, Jasmine, Pocahontas), e la sua caratterizzazione affronta la questione delle “aspettative irrealistiche in fatto di capelli” in modo meno caricaturale di quanto aveva fatto Anna in Frozen.

Molte persone sostengono che Anna sia stata la prima eroina disneyana a mostrarsi con i capelli in disordine, ma in realtà è stata preceduta da Tiana de La principessa e il ranocchio (2009) in una scena che, peraltro, valorizzava l’impegno che metteva nel suo lavoro, anziché metterla in ridicolo.

La questione dei capelli in disordine può risultare superficiale solo ad una prima occhiata, se pensiamo che la caratterizzazione di due delle eroine più importanti del Rinascimento Disney ha direttamente a che fare con questo.
La ciocca che continua a cadere sulla fronte di Belle de La Bella e la Bestia (1991), come sostiene la sua creatrice Linda Woolverton, indica il fatto che lei sia tutt’altro che perfetta, ma il reiterato tentativo di riportarla in ordine indica la volontà e il bisogno di esercitare un controllo su sé stessa.
Al contrario, Mulan sceglie coscientemente di isolare una ciocca di capelli per far sì che l’acconciatura con cui si presenta dalla mezzana la rispecchi maggiormente.

Il fatto che Mirabel alzi gli occhi al cielo di fronte al fatto che i capelli della sorella siano sempre perfetti può costituire una sorta di “occhiolino” strizzato al pubblico contemporaneo (ormai scettico di fronte a certi tòpoi), in linea con lo stile dei Classici Disney degli ultimi 10 anni, ma risulta decisamente più spontaneo rispetto a precedenti frecciatine, come la celebre “Non puoi sposare un uomo che hai appena incontrato”, pronunciata da Elsa in Frozen. L’osservazione di Mirabel suona autentica proprio perché viene pronunciata da un personaggio fortemente legato a una dimensione realistica, ben lontana dall’idealizzazione di Elsa. Al contrario di quest’ultima, comunque, Mirabel non si pone al di sopra della sorella: quando Isabela avrà la possibilità di scoprire qualcosa in più sul suo potere e quindi su sé stessa, lei l’accompagnerà e la sosterrà nel suo percorso, non si limiterà a farle la “lezioncina” come Elsa con Anna.

Il tema della prigionia (psicologica, in questo caso) è legato all’archetipo della principessa fin dai tempi più antichi: Isabela si libera delle aspettative che la sua famiglia ripone su di lei, oltre a liberarsi di un pretendente indesiderato.

We want everyone to fall in love with Mirabel because she is us“, riassume il co-regista Jared Bush. Mirabel è “una di noi”, come quando si meraviglia ed esulta per il fatto di essere riuscita a saltare il fosso, o come quando fissa con un’espressione di scocciata rassegnazione il volatile che taglia la corda senza di lei, o le narcisistiche manifestazioni del potere della sorella.

In questo senso, la mediocritas del personaggio assume una connotazione più simile al corrispettivo italiano del termine: Mirabel è mediocre perché è una ragazzina come tante. Un essere umano come tanti. Come il film stesso suggerisce, è proprio questa mediocrità a costituire il suo punto forte.

Tuttavia, la situazione si complica quando alla caratterizzazione del personaggio si uniscono elementi, come la goffaggine, che da un lato la rendono peculiare, facendola apparire “strana” ai nostri occhi (come a quelli della sua famiglia), e dall’altro la rendono perfettamente relatable nella sua imperfezione, dando vita a un bizzarro equilibrio fra ordinarietà e straordinarietà (una “giusta misura”, anche qui) che le permette di distinguersi all’interno del canone disneyano.
Se confrontata con le sue precorritrici, Mirabel è unica. Se il suo fisico deriva da Moana, il resto del suo aspetto appare completamente alieno rispetto allo standard delle eroine dei Classici Disney. Se la poniamo in contrasto con Isabela, notiamo come i suoi tratti divergano nettamente dall’ideale di bellezza che ci viene presentato nel contesto del film. Per quanto la Disney ci abbia presentato negli anni diverse eroine-outsider, questa è forse la prima volta in cui tale condizione si riflette a livello estetico.

Mirabel è un “pesce fuor d’acqua” all’interno del suo film e nel contesto dell’intero canone disneyano. Non solo per il suo modo di fare, ma anche per il suo aspetto esteriore.

In questa cornice, gli occhiali sono un dettaglio meno irrilevante di quanto si pensi. La prima eroina dei Classici Disney ad indossarli era stata Honey Lemon in Big Hero 6 (2014), ma solo nella sua versione civile: questi venivano accantonati quando appariva nelle vesti di supereroina.

Honey Lemon di Big Hero 6.

Anche Anita de La Carica dei 101 (1961) indossa un paio di occhiali, ma solo quando legge.

Al contrario, Mirabel vive la sua avventura come una ragazzina con gli occhiali dall’inizio alla fine, in modo anche piuttosto realistico. Questi la ostacolano in diversi punti del suo percorso (quando le cadono, ad esempio, deve perdere tempo per rimetterseli), ma costituiscono metaforicamente il mezzo attraverso cui l’eroina riesce a trionfare. Come dichiarato dai registi, questi sono una metafora del fatto che lei riesca a vedere le cose in modo diverso e più chiaro rispetto al resto della sua famiglia. Non è un caso che il nome Mirabel rimandi foneticamente al verbo mirar, che in spagnolo significa “guardare”.

Il personaggio di Mirabel si contrappone direttamente a quello di sua nonna (abuela), un’antagonista attraverso cui la Disney sembra voler rimettere mano al contrasto archetipico fra la giovane protagonista e la figura pseudo-materna che esercita un potere nei suoi confronti (e nell’ambiente attorno a sé) – vedi Biancaneve contro la Regina Cattiva, Cenerentola contro la Matrigna, Aurora contro Malefica (sua “madrina” in negativo), Rapunzel contro Madre Gothel. Tale dicotomia assume qui un valore completamente diverso, trovando una risoluzione nella reciproca comprensione: entrambe non hanno poteri, a differenza del resto della famiglia, ma entrambe hanno un rapporto speciale con la casita (sono le uniche a parlarle direttamente) ed è proprio dal loro rapporto che dipendono le sorti della famiglia e della stessa casa.
Nell’ottica di rivoluzionare gli schemi disneyani, questa scelta risulta più consistente rispetto all’invettiva di Elsa sulle tempistiche dell’innamoramento.

In definitiva, Encanto strizza l’occhio al pubblico contemporaneo, giocando a sovvertire tòpoi (disneyani e non) ormai logori, ma senza mai cadere nel caricaturale, nel didascalico e nel superfluo. Allo stesso modo, l’esaltazione della famiglia e dei buoni sentimenti non cade mai nello stucchevole.
La giusta misura, insomma, per un film che, esattamente come la sua eroina, fa della mediocritas la sua eccezionalità.

Dopotutto, il nome Mirabel deriva a sua volta dall’aggettivo latino mirabilis: mirabile, degno d’ammirazione, meraviglioso, straordinario, stupendo, sorprendente, strano… e miracoloso.

Per leggere altre analisi sui personaggi femminili Disney, clicca qui.

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