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Non tutti lo sanno, ma Bewitched e I Dream Of Jeannie hanno avuto un grande successo in Giappone, arrivando a influenzare due filoni che avrebbero caratterizzato manga e anime dagli anni ’60 fino ad oggi.
Parliamo da un lato del genere delle ragazzine con poteri magici (“majokko“), da un lato quello delle “fidanzate” magiche degli shonen e dei seinen.

Majokko

Il termine originale per riferirsi al genere delle “ragazze magiche” giapponesi dei manga e degli anime è “majokko“, che significa “streghetta”.
Questo perché è tutto cominciato da una strega…
Anzi, due: Samantha e Sally.

A questo punto, però, è necessaria una precisazione.
La prima “ragazza magica” dei manga ha visto la luce prima di Bewitched.
Parliamo di Akko-chan di Himitsu no Akko-chan (in Italia, Stilly de Lo Specchio Magico), uscita nel 1962.

A rendere popolare il genere, tuttavia, grazie alla notorietà garantita dal passaggio televisivo, è stato Sally la maga (Mahōtsukai Sarī), trasmesso su TV Asahi a partire dal 4 dicembre 1966.

Si può quindi dire che il genere “mahou shoujo” abbia debuttato in formato cartaceo con Akko-chan e in formato televisivo con Sally.
Curiosamente, i creatori di entrambe le opere citano come loro ispirazione Bewitched, sebbene Akko-chan abbia debuttato due anni prima di Samantha. Il manga di Akko-chan proseguirà fino al 1965, e fra il 1969 e il 1970 ne verrà realizzata una serie animata, quindi si può ipotizzare che gli autori abbiano attinto in qualche modo anche a Bewitched, in corso d’opera.
Tuttavia, è Sally a poter vantare più somiglianze con Samantha, anche solo per il fatto di essere una “maga”, quindi un outsider rispetto al regno umano, mentre Akko-chan è semplicemente una ragazza comune che si ritrova ad avere poteri magici.
Alla luce di ciò, nella nostra analisi tratteremo principalmente di Sally, sebbene gran parte delle cose che diremo, riferibili al genere majokko e al concetto di “shoujo”, valgano anche per Akko-chan e per gran parte delle “ragazze magiche” dei decenni successivi.
Ma prima facciamo un piccolo passo indietro, scoprendo una curiosa verità ignorata da molti…

Il precedente americano

Curiosamente, la prima vera “ragazza magica” con caratteristiche riconducibili alle majokko giapponesi è comparsa prima di Samanha.

Si tratta di Sabrina, protagonista di Sabrina The Teenage Witch, che ha debuttato sotto forma di fumetto nell’ottobre 1962, circa due anni prima di Bewitched. Il personaggio, a fronte del successo ottenuto fra i lettori, apparirà regolarmente su Archie’s Madhouse fino al 1969, poi debutterà in tv nello special della CBS Archie and His New Pals, fino ad ottenere una serie animata tutta sua nel 1970 e una serie a fumetti a lei completamente dedicata nel 1971.

Quindi capite bene come il suo personaggio, per quanto abbia debuttato prima di Bewitched, abbia avuto un percorso parallelo a quello di Samantha, con il lancio della sua serie televisiva e della sua serie a fumetti rispettivamente a ridosso della terzultima e penultima stagione della sit-com.

Non a caso, Sabrina ha debuttato ispirandosi al già citato Bell, Book and Candle, con una protagonista che non poteva piangere o innamorarsi (pena la perdita dei poteri), ma nel corso della sua serializzazione verrà “umanizzata” secondo dinamiche care a Bewitched.
In seguito, infatti, Sabrina si innamorerà di un mortale, Harvey, senza dover rinunciare ai suoi poteri.
L’utilizzo della magia, inoltre, praticata in segreto, diventa sempre più un modo per aiutare gli altri in piccoli, grandi problemi quotidiani.

Sabrina, quindi, nel corso della sua serializzazione, finisce per ispirarsi più o meno indirettamente a Bewitched: non a caso, la sua serie animata, come dichiarato dal produttore Lou Scheimer, nasce dall’impossibilità della CBS di ottenere i diritti per realizzare la versione animata di Bewitched.

Le caratteristiche di questa “nuova” Sabrina sono riconducibili al filone delle “ragazze magiche”, dalla giovane età al fatto di voler utilizzare i suoi poteri per aiutare il prossimo, nel tentativo di adattarsi in un mondo a lei estraneo, che può essere quello dei “mortali” (come nel caso di Sally, capostipite del genere) o semplicemente quello degli adulti, come in molte delle mahou shoujo successive.

Quindi, verrebbe da pensare, è Sabrina la prima vera “ragazza magica”?
Potremmo dire così, ma l’ispirazione che ha dato vita al filone resta comunque Bewitched: Sabrina ha cominciato ad essere nota in Giappone, e nel resto del mondo, solo con il debutto della sua serie animata, proprio quando la storia di Samantha stava giungendo al termine.

Il vero “boom” di Sabrina the Teenage Witch, comunque, arriverà più tardi, con la celebre serie tv degli anni ’90/inizio 2000 che in Italia rimanda a Bewitched fin dal suo titolo (Sabrina, vita da strega), a testimoniare l’importanza di Samantha nell’immaginario della strega da sit-com.

Nella serie, la protagonista viene ulteriormente “umanizzata” rispetto alle sue precedenti incarnazioni: se prima le sue origini venivano ricondotte agli effetti accidentali di una pozione magica realizzata dalle sue zie, ora Sabrina è per metà strega (da parte di padre) e per metà mortale, e anche le sue zie abbandonano i panni stereotipati delle “streghe cattive” da fiaba, con verruche e naso a uncino, per avvicinarsi, nell’aspetto e non solo, alle donne comuni.

Inoltre, Sabrina scopre di avere dei poteri magici solo a 16 anni – in questo si distacca da Sally, abbracciando dinamiche simili a quelle di Akko-chan: una semplice ragazza che si ritrova, da un giorno all’altro, a possedere poteri magici. Ed è proprio il contrasto fra la vita da strega e quella da teenager ad essere al centro della sit-com, che si ricollega anche in questo a Bewitched.
Un ulteriore rimando a Samantha e alle altre streghe che abbiamo analizzato è costituito dal fatto che il fidanzato Harvey, che nel fumetto sembra essere all’oscuro del fatto che Sabrina sia una strega, qui lo scopre alla fine della quarta stagione e reagisce male – in contrasto, curiosamente, con le precedenti volte in cui l’aveva scoperto e poi gli era stata cancellata la memoria – decidendo di lasciarla.
In seguito tuttavia, a discapito dei loro tira-e-molla, Harvey manterrà il segreto e si rivelerà essere un ottimo alleato e confidente.
La rivelazione di Sabrina, alla fine, non si rivelerà deleteria per la loro relazione, sebbene la sua natura di strega lo coinvolga in una baraonda infinita di guai.

Sally la maga (1966-1968)

Sally la maga è la prima serie animata giapponese ad essere specificatamente rivolta ad un pubblico di bambine e, si presume, anche la prima ad avere una protagonista femminile, anticipando di un anno l’anime di Ribon no Kishi (La principessa Zaffiro).

Una citazione attribuita a Mitsuteru Yokoyama, autore del manga da cui è tratta la serie televisiva di Sally, esemplifica un concetto-cardine della mentalità degli anni ’60: “Le ragazze, per essere forti come i ragazzi, devono avere i poteri magici”.
Ecco quindi che, nel presentare un personaggio femminile che potesse “bucare” lo schermo, viene scelta una ragazza magica.

La premessa è semplice.
Sally è la principessa di un regno magico che desidera visitare il regno dei mortali, la Terra. Un giorno vi ci si teletrasporta per errore e, facendo amicizia con alcuni suoi coetanei, decide di rimanere.
Il permesso gli viene accordato dal padre, seppur con un po’ di riluttanza, ad una condizione: se si farà scoprire, dovrà tornare a casa.

Sulla Terra imparerà molte cose (il soggiorno è, dopotutto, metafora della sua crescita), dai limiti della magia all’importanza delle emozioni (anche lei, come Gill, inizialmente non può piangere), delle buone maniere, della giustizia, dell’amicizia e della gioia di aiutare gli altri.
Insomma, Sally impararà a vivere come i mortali, al punto di desiderare di non lasciare più la Terra.

Sally e Samantha, le somiglianze

Le somiglianze fra Sally e Samantha partono dal loro stesso nome: se si pensa che inizialmente Sally si sarebbe dovuta chiamare “Sunny”, che presenta una forte assonanza con “Sammy”, si capisce fino a che punto l’autore volesse omaggiare la sua fonte di ispirazione.

L’intento di Sally, così come di Samantha, è quello di trasformare la figura della strega in un archetipo positivo.
Come scrive la studiosa Akiko Sugawa, entrambe si comportano bene, sono graziose e di buon cuore: questo è il primo passo per essere accettate dalla società.
Inoltre, mediante la loro “umanizzazione”, diventano relatablepersonaggi in cui è possibile immedesimarsi.

Come Samantha, anche Sally è interessata al mondo dei mortali, cerca di adattarsi e apprezza i vantaggi di una vita “normale”.
Anche Sally deve tenere segreti i suoi poteri e, come Samantha, li usa per aiutare il prossimo, per risolvere problemi semplici e quotidiani.

A contrastare l’interesse di Sally per il regno dei mortali c’è principalmente suo padre, uno sbruffone che, per principio, disprezza l’intera umanità (caratteristica che lo accomuna ad Endora), ma che in fondo ha un cuore tenero.

Infine, il tono della serie è improntato sulla leggerezza e sulla comicità, come Bewitched.

Samantha e Sally, le differenze

La principale differenza fra le due è anagrafica, con tutto ciò che ne comporta: Sally non ha le stesse responsabilità e gli stessi doveri di Samantha, le sue azioni non hanno ripercussioni serie.
Deve nascondere i suoi poteri, ma il suo obiettivo nella serie non è quello di resistere al loro utilizzo. Sally, infatti, sfrutta appieno i suoi poteri e raramente ne soffre le conseguenze.
Se in Bewitched la magia femminile causava guai e li risolveva, qui la magia è utilizzata per risolvere problemi, raramente li causa.

Questo perché il potere di Samantha e quello di Sally assumono un valore diverso proprio in virtù del fatto che quest’ultima sia una bambina.
Il dilemma di Sally, così come di Akko-chan e di gran parte delle loro discendenti, ha a che fare con il diventare adulte, passare insomma – nello schema della società patriarcale – dallinfanzia all’età “da marito”.
In questo periodo di mezzo, in cui le streghette sono ancora “shoujo”, ragazzine, la loro libertà viene esemplificata dal loro poteri.
Le giovani telespettatrici possono fantasticare di avere dei poteri magici in quel periodo delle loro vite, ma permane comunque l’idea della magia come uno strumento da nascondere e di cui non abusare. Si tratta inoltre di un potere temporaneo, che le ragazzine perderanno con l’età adulta (quindi, idealmente, con il matrimonio) e che in un certo senso ha la funzione di farle crescerepreparandole a diventare donne.

In questo senso, è importante notare come gran parte dei mahou shoujo, almeno fino agli anni ’80, presenti ragazzine che si trasformano in adulte (sperimentando anche diversi mestieri) e come sia ricorrente il tema della perdita dei poteri, a simboleggiare il passaggio all’età adulta, tematica evidente in Akko-chan e nelle sue più celebri eredi.

Lo specchio di Akko rimanda a un concetto di cura dell’aspetto esteriore, preparando le spettatrici all’età adulta.
Il “compact” tornerà in tanti altri mahou shoujo, e in Sailor Moon: leggi l’articolo di Piccola Intrigante per approfondire.


La studiosa Kumiko Saitou fa notare come questo concetto di libertà temporanea sia presente anche in Sally, metaforicamente incarnato dalla possibilità di interagire nel mondo umano, mentre il regno magico simboleggia il mondo patriarcale a cui la ragazzina sarà costretta a tornare contro la sua volontà, per quanto la serie termini con la sua incoronazione a regina senza che venga fatta alcuna menzione a un possibile consorte.

A simboleggiare questa fase di mezzo, caratterizzata dall’innocenza, c’è infatti anche la mancanza di vere e proprie relazioni amorose: le prime ragazze magiche, inclusa Sally, si limiteranno ad avere solo piccole “cotte”, tenendosi lontane dalle dinamiche di coppia presenti in Bewitched, ma anche in Sabrina.

In questo senso, Samantha dimostra di essere più rivoluzionaria delle prime “streghette” giapponesi: lei è un’adulta, è sposata (quindi, idealmente, inserita in un sistema patriarcale), eppure continua a possedere ed esercitare il suo potere.

Le “fidanzate magiche”

Bewitched ha dato vita anche ad un altro genere di manga e anime, che rimanda più direttamente alle dinamiche di coppia presenti nelle vicende di Samantha e Jeannie.
In giapponese questo genere si può definire 落ちもの che, come ci suggerisce Dario Rotelli, potrebbe corrispondere a un rocambolesco “cosa (o persona) che mi è inaspettatamente piombata tra capo e collo come fosse piovuta dal cielo”, ma anche “Mahou Kanojo”, da cui deriva l’inglese “Magical Girlfriend” e quindi la nomea di “fidanzata magica” che abbiamo deciso di adottare in questa analisi.

Sono quei manga e animerivolti a un pubblico maschile di adolescenti e giovani adulti, che hanno come protagonista un ragazzo o un giovane uomo come tanti che si ritrova a fare la conoscenza di una ragazza o giovane donna, con poteri e/o caratteristiche soprannaturali, che gli sconvolgerà la vita: i due finiranno per innamorarsi e, in molti casi, sposarsi.

Il contesto storico

Il genere delle “fidanzate magiche” è nato in Giappone fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, quando il Paese del Sol Levante – come l’America degli anni ’60 – stava vivendo un’epoca di grande cambiamento, in cui nuovi valori si stavano facendo strada nella società, fra cui l’importanza dell’emancipazione femminile, che minacciava la solidità della famiglia tradizionale – non a caso, stava portando ad un incremento dei divorzi e a un calo della nascite – e ribaltava i ruoli di genere tradizionali, con donne sempre più forti e indipendenti e uomini confusi e insicuri.

In quest’epoca, vissuta con grande apprensione dai maschi giapponesi, la figura della “fidanzata magica” riflette da un lato la “confusione” generata da questi cambiamenti e dall’altro gioca una funzione rassicurante, in cui il potere femminile viene ridimensionato dal fatto che queste “fidanzate” dedichino a un uomo la maggior parte delle loro attenzioni – per quanto “distruttive” possano essere, come vedremo.

Un altro aspetto fondamentale ha a che fare con la natura da “outsider” di queste figure magiche, che cela un riferimento all’Occidente: anche Sally, con il suo aspetto caucasico e la volontà di inserirsi nella società umana, era un simbolo della graduale modernizzazione e “occidentalizzazione” del Paese del Sol Levante, una metafora delle novità importate dall’Europa e dagli Stati Uniti, che faticavano a prendere piede fra le fasce più conservatrici della popolazione così come Sally faticava ad ambientarsi sulla Terra.

La figura della “fidanzata magica”, proveniente da un’altra dimensione, che finisce puntualmente per innamorarsi del protagonista giapponese sembra essere invece una risposta al fenomeno dello “yellow cab”, secondo cui le donne giapponesi, a partire dalla fine degli anni ’80, trovavano interesse nell’avere relazioni, prevalentemente sessuali, con uomini stranieri; fenomeno che mette in luce da un lato la crescente indipendenza femminile, dall’altro un’insofferenza nei confronti dei maschi giapponesi, ritenuti immaturi, maleducati, maschilisti, incapaci di approcciarsi correttamente alle donne.

Il genere delle “fidanzate magiche” ribalta lo stereotipo mostrando da un lato protagonisti maschili giapponesi che, a fronte di una generale incapacità ad approcciarsi con il genere femminile, assumono comunque una connotazione positiva in virtù del loro buon cuore, dall’altro giovani ragazze “straniere” (concetto spesso evidenziato dal loro aspetto, oltre che dalla loro effettiva origine extra-terrestre) che si invaghiscono di loro, mentre le giapponesi assumono spesso una connotazione negativa, incolpate di essere superficiali a fronte del loro mancato interesse verso il protagonista e/o ree di avergli precedentemente spezzato il cuore.

La relazione del protagonista con la “fidanzata magica” viene continuamente contrastata dall’esterno e può essere deleteria per tutte le persone coinvolte: si tratta di un incontro fra due mondi in cui la natura “mista” dell’unione crea tensioni e guai sia da un lato che dall’altro.
In fondo, non c’è da sorprendersi: lo stesso Bewitched è stato spesso interpretato come una metafora dei rapporti interrazziali, altro argomento “caldo” nell’America degli anni ’60, affrontato indirettamente grazie alla leggerezza della sit-com, che caratterizza anche molte delle opere del genere qui analizzato, che tende spesso allo “slice of life”.

Pare che Rumiko Takahashi abbia esplicitamente dichiarato di essersi ispirata al concetto di “coppia mista” costituito da Samantha e Darrin per il rapporto fra Lum e Ataru in Urusei Yatsura (che causa ripetuti problemi a familiari, amici, vicini e perfino all’intero mondo), mentre Kōsuke Fujishima in Oh Mia Dea! caratterizza Belldandy, “fidanzata magica” del protagonista Keiichi, come una studentessa straniera: il suo status, accentuato dal suo aspetto nord-europeo, viene spesso menzionato e preso in considerazione dai personaggi giapponesi, mediamente più scuri, che non conoscono la sua natura extraterrena. Il suo attaccamento al protagonista giapponese sembra essere una metafora della dinamica che aveva caratterizzato l’economia internazionale nei decenni precedenti, in cui la potenza giapponese attraeva l’interesse dell’Occidente, ripresa qui con l’intento di ricordare tempi migliori in un periodo – fine anni ’80/inizio anni ’90 – in cui lo scoppio della bolla speculativa giapponese stava portando ad una profonda crisi.


La ragazza straniera, in definitiva, rappresenta un “rifugio” e un riscatto per il maschio giapponese, e il genere della “fidanzata magica” assume – a partire dalla fine degli anni ’80 – sempre più una funzione rassicurante, proponendo figure femminili più o meno idealizzate, come nel caso di Belldandy.

Il genere da un lato sembra quindi promuovere personaggi femminili potenti, con caratteristiche e stili di vita al di fuori della norma (fosse anche solo per la loro natura soprannaturale), dall’altro sembra ricondurli fortemente a schemi tradizionali, in un simbolico ritorno all’ordine a seguito del caos generato dalla società moderna.

Susan J. Napier fa notare come, nel primo OAV di Oh Mia Dea!, al trambusto creato dall’arrivo della “fidanzata magica” segue, a fine episodio, un ritorno alla pace e all’ordine, con la ristrutturazione del tempio attraverso la magia di Belldandy, a simboleggiare la ricostruzione dei valori tradizionali giapponesi.

È interessante notare come per secoli la narrativa, e in seguito il cinema e la televisione, abbiano attribuito caratteristiche divergenti, da donna emancipata, a personaggi femminili con poteri magici, mentre il genere delle “fidanzate magiche” giapponesi tende ad attribuire una natura soprannaturale a figure femminili più tradizionali, che a loro volta divergono dalla “nuova” norma, basata sull’indipendenza femminile.

È come se, in passato, le donne emancipate facessero parte di un mondo immaginario, diverso dalla realtà, mentre qui è il contrario: sono le “casalinghe” a costituire una fantasia irreale, soprattutto in virtù della remissività che le caratterizza nell’immaginario collettivo.

Ma attenzione, non tutte le “fidanzate magiche” si calano in questo ruolo, e comunque non si tratta, perlomeno nei casi che citeremo, di donne “sottomesse”.
I personaggi di cui parleremo agiscono secondo la propria volontà – per quanto i confini della stessa possano essere influenzati da “contratti” esterni – e non rinunciano alla loro identità, anzi: in diversi casi ci permettono di mettere in luce modelli femminili alternativi, come vedremo in Video Girl Ai e nello stesso Urusei Yatsura, che ha dato vita al genere.

Il fil rouge fra tutti questi personaggi femminili, però, è il forte attaccamento nei confronti del protagonista (per il quale sono generalmente disposte a fare qualunque cosa), che può trasformarsi in una dipendenza, e che diverge nettamente dalla percezione che gli uomini giapponesi avevano delle donne emancipate negli anni ’80 e ’90.

La magia si fa quindi portatrice di un modello femminile divergente che, questa volta, strizza l’occhio alla tradizione, per compiacere un uomo sempre più insicuro.
Come Samantha, le “fidanzate magiche” sono donne potenti, che potrebbero avere qualunque cosa desiderano, ma che scelgono di stare con uomini ordinari: inutile dire che il fragile ego maschile ne esce decisamente rinvigorito.

Il punto di vista maschile

Con queste premesse, le opere di questo genere possono rischiare di cadere in una becera fantasia maschile (e maschilista), al pari del famigerato cliché della Manic Pixie Dream Girl, personaggio la cui unica funzione sembra essere quella di sconvolgere e migliorare la vita del protagonista maschile, esistendo – narrativamente – solo in funzione di lui.

Quest’analisi non ha l’interesse di entrare nel merito del discorso, ma certamente vuole invitare chi legge a valutare ogni singola opera come a sé stante, ricordando come figure femminili di questo tipo abbiano contribuito ad ispirare allo stesso modo spettatrici e spettatori.

Il punto di vista maschile, in fondo, era già presente nel titolo della principale opera che ha ispirato Bewitched e, di conseguenza, tutto ciò che è arrivato dopo: I Married A Witch, in italiano Ho sposato una strega. E lo stesso Bewitched, in Giappone, ha assunto il titolo di 奥さまは魔女 (Oku-sama wa Majo), ossia “Mia moglie è una strega”.
Non si può dire che il vero protagonista di I Married A Witch e Bewitched sia l’uomo, ma non si può negare che gran parte del conflitto che dà vita a queste opere derivi proprio dallo scompiglio che la natura magica della moglie provoca nella noiosa e ordinaria vita del marito.
Quindi non dovremmo meravigliarci del fatto che Bewitched abbia dato il via a questo genere di opere, ma – come abbiamo già anticipato – in questo caso dobbiamo includere, fra le influenze, anche il successivo I Dream Of Jeannie, con Jeannie che mette in subbuglio la vita rigida (“militare”) del Capitano Nelson.

Samantha e Jeannie, le progenitrici

In entrambe le sit-com, come abbiamo ampiamente ribadito, la componente femminile della coppia è più intelligente, capace e potente della parte maschile; questo si rispecchia anche nel genere che stiamo per analizzare, che presenta protagonisti maschili insicuri e sprovveduti, ma generalmente di buon cuore (in molti casi, riescono ad incontrare la ragazza magica proprio perché posseggono un “cuore puro”), che riscuotono scarso successo con le donne (a fronte, spesso, della poca esperienza, di brutti precedenti e/o di scarse capacità di approccio).

La condizione in cui si sviluppa l’incontro e la relazione fra il protagonista e la “fidanzata” ricordano decisamente I Dream Of Jeannie.
La ragazza compare dal nulla – perché il ragazzo è un predestinato, oppure in seguito ad un evento particolare o anche solo per caso, ma sempre secondo modalità di fronte alle quali il protagonista si trova completamente impotente.

Nonostante la “fidanzata” sia più potente del ragazzo, questa comunque rimane, in qualche maniera, legata o dipendente da quest’ultimo, che sia per una scelta personale, per un “contratto” esterno irrevocabile o per un mix di entrambe le cose, il che ci ricorda l’ambiguità messa in luce da Susan Douglas in merito a Jeannie: si tratta di un equilibrio instabile in cui le due parti si scambiano continuamente i ruoli di “schiavo” e di “padrone”.

L’incontro fra il protagonista e la ragazza dà generalmente vita a una convivenza pre-matrimoniale accompagnata da un rapporto tendenzialmente platonico che rimane sostanzialmente immutato per gran parte della storia, con incursioni di visitatori indesiderati provenienti dall’universo magico – o da quello umano – che tentano di smuovere le acque o di mettere a rischio la loro relazione.
La convivenza pre-matrimoniale non risulta “peccaminosa”: per quanto possa esserci una tensione erotica fra i due, questa rimane tendenzialmente irrisolta, e la risoluzione romantica finale si accompagna spesso proprio con il matrimonio a sigillare la legittimità del loro rapporto, come in I Dream Of Jeannie.

Urusei Yatsura (1978-1987)

Il primo celebre esemplare di “fidanzata magica”, che allo stesso tempo costituisce l’antitesi – quasi una parodia retroattiva – di molti dei prodotti da esso derivati, è Urusei Yatsura (Lamù), manga di Rumiko Takahashi serializzato fra il 1978 e il 1987 e trasposto in animazione a partire dal 1981.

Trama

La storia comincia quando gli Oni, creature mitologiche giapponesi assimilabili ai demoni o agli “orchi” occidentali, arrivano dallo spazio, più precisamente dal pianeta Uru, per conquistare la Terra.
Essi concedono ai terrestri una possibilità di salvezza: se un essere umano, scelto a caso dal computer, riuscirà a toccare le corna di Lum (Lamù), la figlia del loro capo, la Terra sarà libera.
Ad essere estratto a sorte è Ataru, un liceale sfortunato, stupido e donnaiolo, che accetta appena vede la sexy aliena: la sfida si rivelerà più difficile del previsto a causa delle capacità soprannaturali di Lum. Dopo svariati giorni di tentativi, la tensione di Ataru è alle stelle e la sua fidanzata Shinobu, per incoraggiarlo, gli promette che, se vincerà, i due si sposeranno. Il ragazzo, galvanizzato dalla prospettiva, riesce a vincere la sfida con uno stratagemma, ed esulta soddisfatto “Finalmente potrò sposarmi!”, affermazione che Lum fraintende, pensando si tratti di una proposta di matrimonio rivolta a lei.
L’aliena accetta l’involontaria proposta e Shinobu abbandona la scena sdegnata: da qui lì cominciano i tormenti di Ataru, che avrà a che fare con un’aliena gelosa e possessiva, che presto si trasferirà a casa sua e, in seguito, nella sua stessa scuola, punendolo con potenti scariche elettriche ogni volta che oserà guardare un’altra ragazza.

Star Comics ristampa Lamù, il manga di Rumiko Takahashi | MegaNerd.it

Se buona parte dei prodotti successivi presentano personaggi fortemente idealizzati, con un protagonista dal “cuore puro” e una fidanzata perfetta, qui abbiamo esattamente l’opposto, con chiari richiami a I Dream Of Jeannie, ma anche a Bewitched.

Lum (Lamù) ha difetti piuttosto evidenti: ricorda Jeannie con la sua natura capricciosa e il suo morboso attaccamento al protagonista, ma cita Bewitched con il suo “Darling!” che, oltre ad evidenziare il suo status di “straniera”, rimanda a “Darrin” (la versione giapponese di Bewitched gioca in effetti con questa assonanza).
Come Samantha, Lum è un “compromesso fra due mondi: con il suo comportamento e il suo carattere aggressivo e determinato diverge dall’immagine tradizionale della donna, ma la sua componente umana la allontana anche dalla caratterizzazione degli Oni nel folklore giapponese.
Inoltre, Lum è un’aliena e la sua natura di “outsider”, con conseguente difficoltà a comprendere determinate dinamiche sociali terrestri, la riavvicina a Jeannie.

Il titolo stesso dell’opera, traducibile come “Quei tizi fastidiosi/chiassosi”, rimanda ai visitatori indesiderati provenienti dal pianetà di Lum, che ricordano famigliari e conoscenti magici di Samantha e Jeannie e che, come questi, contribuiscono a creare scompiglio nella tranquilla vita del protagonista, nonché a mettere in pericolo la relazione fra Lum e Ataru.

Le dinamiche di coppia rimandano a I Dream Of Jeannie, più che a Bewitched.
Infatti Ataru, per quanto sia attratto fisicamente dall’aliena, tende a respingerla, mentre lei lo rincorre: un chiaro riferimento alla dinamica fra Nelson e Jeannie, con quest’ultima che – contro la volontà dell’uomo – decide di “servirlo” come Genio e di stargli sempre accanto, allo stesso modo in cui Lum si autonomina “promessa sposa” di Ataru.
La relazione fra Lum e Ataru si evolverà nel tempo, con quest’ultimo sempre più protettivo e geloso della ragazza, seguendo un percorso che, proprio come in I Dream Of Jeannie, troverà una risoluzione romantica nel futuro, con tanto di matrimonio.

Importante ricordare, inoltre, che – al momento del primo incontro – Ataru era già impegnato con un’altra ragazza, Shinobu, che Lum inizialmente vedrà come una rivale (dinamica che ci riporta a I Married A WitchBell, Book and Candle e ancora una volta I Dream Of Jeannie), per poi fare amicizia con lei; quest’ultima poi sposterà le sue attenzioni amorose verso altri personaggi e il triangolo amoroso, gradualmente, si sfalderà.

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La più grande differenza fra Urusei Yatsura e Bewitched/I Dream Of Jeannie sta nel fatto che in queste due serie tutti i problemi vengono risolti alla fine di ogni episodio, che termina con il ristabilimento di un ordine (anche di natura patriarcale, come abbiamo visto) più o meno apparente, mentre in Urusei Yatsuri problemi causati da Lum e dai suoi conterranei risultano spesso irrisolvibili e/o si ingigantiscono proprio sul finale, con l’episodio che termina nel caos più totale.
Susan J. Napier fa notare come indugiare nel piacere del caos potesse essere terapeutico per gli adolescenti dell’epoca, inseriti in un rigido sistema scolastico, ma come si trattasse comunque di un “disordine” rassicurante, smussato dal formato autoconclusivo degli episodi (ogni episodio iniziava generalmente come se il caos del precedente non fosse mai successo) e dallo stesso mezzo televisivo.

Ma a rendere “rassicurante” Urusei Yatsura era soprattutto il fatto che Lum incarnasse le caratteristiche “aggressive” delle ragazze che promuovevano l’emancipazione femminile, ma allo stesso tempo risultasse “dipendente” da Ataru.
Caratteristica che, a ben vedere, non è comune alle sue rivali, molte delle quali di natura soprannaturale (dee, sciamanesse, etc), che incarnano gli aspetti più “temibili” dell’indipendenza femminile, e che non esitano a sottomettere Ataru o a sfruttarlo per i loro scopi.

Ma questi personaggi risultano comici, più che disturbanti, proprio perché Lum riesce a bilanciare la situazione, utilizzando il suo potere soprattutto per questioni che hanno a che fare con le attenzioni che Ataru non le dedica, e continuando a perdonarlo per i suoi tentati tradimenti.
Urusei Yatsura sembra volerci suggerire che, nel caos distruttivo della società giapponese degli anni ’80, esiste ancora la tipica coppia composta dal marito donnaiolo e dalla moglie che si arrabbia, ma poi lo perdona sempre.

Nonostante questa patina di rassicurazione, non si può dire esattamente che Urusei Yatsura costituisca la rappresentazione di una “fantasia maschile”, o meglio: sicuramente l’adolescente medio percepisce come paradisiaca la prospettiva di una sexy aliena in bikini follemente innamorata di lui, ma per Ataru le attenzioni di Lum costituiscono più un incubo che un sogno.
Ci si ricollega definitivamente a I Dream Of Jeannie, con la fantasia maschile che da un lato è incoraggiata dall’apparente sottomissione e oggettificazione della controparte femminile (evidenziata dall’esiguo abbigliamento che contraddistingue Jeannie e Lum), dall’altro è ridotta in frantumi dalle azioni di quest’ultimaben lontana dallo stereotipo della “fidanzata perfetta” o più generalmente della “donna perfetta”, come in My Living Doll.

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Sembra che la sensualità di Lum, come quella di Jeannie, sia una metafora di uno degli aspetti più “terrificanti” della donna emancipata (nonché della strega): la libertà sessuale. Le donne che hanno il pieno controllo del loro corpo e non hanno paura di mostrarlo costituiscono una minaccia per la società patriarcale.

In questo senso, non c’è da meravigliarsi che il genere delle “fidanzate magiche”, sulla scia di Lum, abbia introdotto personaggi femminili suppostamente perfetti che però brillano proprio per la loro natura “difettosa”.

L’esempio più celebre, in questo senso, è Video Girl Ai (1989 – 1992) di Masakazu Katsura, che ci presenta una “fidanzata” che, come promette la magica videocassetta da cui prende vita, dovrebbe “consolare” il protagonista, che invece – a causa di un malfunzionamento del videoregistratore – si ritrova davanti una ragazza “maschiaccio” che gli urla contro, irruente e manesca, perfino maleducata.
La sua natura “difettosa” si manifesta anche nel rimpicciolimento dei seni, sempre dovuto al guasto dell’apparecchio, a simboleggiare lo “sgonfiamento” dell’ideale erotico del maschio adolescente.

Come “video girl”, ossia ragazza-videocassetta alla mercè del suo acquirente, Ai è “difettosa” proprio perché prova emozioni e dimostra di avere una volontà propria, con rispettivi desideri e necessità.
Questo permette all’opera di fare un discorso sorprendentemente profondo su come le donne che sfuggono a irrealistici ideali maschili, dimostrando di avere una propria personalità, possano essere viste come pericolose e fallate.

Personaggi di questo tipo hanno il merito di aver presentato, in prodotti rivolti a un pubblico di maschi adolescenti, figure femminili tutt’altro che tradizionali e idealizzate, aprendo la mente dei giovani lettori.

Oh Mia Dea! (1988-2014)

A risultare più problematiche possono essere, come abbiamo anticipato, le opere che presentano “fidanzate” che tendono all’idealizzazione della figura femminile, come Belldandy in Aa! Megami-sama (Oh Mia Dea!, 1988-2014) di Kōsuke Fujishima, che ne costituisce forse il primo caso, sicuramente il più celebre.

Se Urusei Yatsura era, in media, più ispirato a I Dream Of Jeannie che a Bewitched, in questo caso l’ago della bilancia pende sia da una parte che dall’altra, come dimostra la stessa opening dell’OAV (1993-94), che attinge dalle sigle di entrambe le sit-com.

La storia di Oh Mia Dea! inizia quando la dea Belldandy, dell’Ufficio Dee di Soccorso, appare di fronte al protagonista Keiichi, che l’ha involontariamente evocata grazie al suo cuore puro, secondo una modalità simile a quella che rivediamo in Video Girl Ai e in altri manga e anime di questo genere.

Belldandy, quindi, invita Keiichi ad esprimere un desiderio, il che ci rimanda a I Dream Of Jeannie, e quest’ultimo chiede – pensando si tratti di uno scherzo – che una dea come lei possa stare sempre al suo fianco.
Nel manga Belldandy sembra infastidita, sintomo di un carattere leggermente più ruvido che l’autore sembrava volerle inizialmente attribuire, mentre nel celebre OAV del ’93 non batte ciglio, pronta a eseguire il desiderio del ragazzo.

E così sarà: Belldandy inizierà a convivere con Keiichi e i due staranno insieme per sempre, a discapito di tutti gli ostacoli che si frapporranno tra loro.

Realizzando il desiderio di Keiichi, è come se Belldandy abbandonasse il suo impiego di Dea di soccorso, o meglio lo votasse ad una singola persona: il fatto di stare con Keiichi implica che lei stia lavorando per esprimere un desiderio che le è stato richiesto, ma questa condizione non può che farci pensare a quelle donne che, dopo aver avuto una breve carriera brillante (come quella di Belldandy ci viene spesso definita), si ritirano – ancora giovani – dopo essersi sposate; questo concetto sembra qui evidenziato in contrasto con le donne emancipate degli anni ’80 e ’90.

Il fatto che una donna sia disposta a rinunciare a una carriera importante per stare con un uomo può costituire un ulteriore fonte di compiacimento per l’ego maschile.

Nella sua nuova vita insieme a Keiichi, Belldandy si cala nel ruolo della casalinga: in questi panni – a differenza di Samantha – sfiora la perfezione, incarnando l’utopico ideale femminile della società tradizionale giapponese, quello della “yamato nadeshiko“, la moglie perfetta.
A permetterle di brillare in questo ruolo, oltre alle sue caratteristiche innate (femminilità, eleganza, modestia, pacatezza, gentilezza, innocenza, etc), ci sono le sue capacità domestiche, in particolare la sua cucina, in netto contrasto con l’incapacità culinaria delle due “fidanzate” di cui abbiamo parlato prima, Lum e Ai.

In generale, Belldandy incarna una figura femminile piuttosto idealizzata. Si può pensare che la sua caratterizzazione non abbia ambizioni di realismo a causa della sua natura soprannaturale, ma questa da sola non può giustificare la sua “perfezione”, scontrandosi con la caratterizzazione delle sue sorelle Urd e Skuld, dee profondamente imperfette, realistiche nei difetti ancor più che nei pregi.

E sono proprio loro, insieme agli altri personaggi femminili dell’opera, a bilanciare l’aura di perfezione di Belldandy mettendola in discussione o addirittura in ridicolo, evidenziandone gli aspetti più inverosimili.
L’opera, quindi, come Bewitched, ci presenta un modello femminile tradizionale – qui profondamente idealizzato – ma ci offre anche un contraddittorio, fornendoci gli strumenti per valutare cosa possa essere realistico e cosa no.

Si potrebbe pensare che anche l’ingenuità di Belldandy di fronte alle dinamiche terrestri sia frutto della sua natura di “outsider”, ma anche questa non è una caratteristica condivisa dalle sorelle e dalle altre entità ultraterrene che appaiono – come accadeva anche in I Dream Of Jeannie.

Come in Bewitchedla relazione “interraziale” è alla mercè di numerosi visitatori indesiderati, provenienti soprattutto dal mondo di Belldandy, a partire dalle già citate Urd e Skuld: la prima spera che la situazione con Keiichi, fin troppo platonica per i suoi gusti, finalmente si smuova, mentre la seconda cercherà inizialmente di separarli per ragioni egoistiche, ma anche perché ritiene che non sia giusto che Belldandy rinunci alla sua libertà per Keiichi.

La questione su quanto quella di Belldandy possa essere una decisione personale e su quanto invece sia una scelta obbligata dal desiderio espresso da Keiichi è certo dibattuta, ma l’opera ci ricorda numerose volte quanto Belldandy abbia inizialmente obbedito in virtù del suo dovere di Dea (come Jeannie, d’altronde), salvo poi innamorarsi e desiderare, sul serio, di restare accanto a Keiichi per tutta la vita, fino a lottare per far sì che il desiderio del ragazzo non venga mai meno.
E Belldandy lotta sul serio: sebbene sia di indole tranquilla, non esita a tirare fuori le unghie per difendere Keiichi da tutto e da tutti, arrivando a salvargli la vita o anche solo ad allontanarlo da eventuali pericoli e rivali in amore – a differenza di Lum e Jeannie, infatti, Belldandy non è mai “l’altra donna” di un uomo impegnato, ma è la fidanzata a cui le altre donne cercano di sottrarre l’amato.
In queste situazioni, Belldandy non esita a perdere la razionalità, agendo anche in modo egoistico per difendere il suo amore, dimostrando di essere, in fondo, “umana” e, a suo modo, imperfetta.

In tutto questo, Belldandy ricorda decisamente Samantha.
A differenza di quest’ultima, tuttavia, Belldandy prova sempre piacere, gioia e soddisfazione nell’occuparsi delle faccende, nel vivere una vita domestica all’interno della quale, invece, Samantha si sentiva spesso troppo stretta. 

Certo può mettere a disagio l’idea che una Dea di prima classe, che ci viene più volte ribadito essere capace e potente oltre ogni possibilità, decida di “chiudersi” nel ruolo di casalinga, ma – esattamente come Samantha – Belldandy non rinuncia mai del tutto al suo mondo (che continua prepotentemente a uscire allo scoperto), né tantomeno ai suoi poteri (per quanto sia comunque tenuta a nasconderli per la sua sicurezza): il suo “status” di Dea, con tutto ciò che ne consegue, è al centro delle numerose storyline che virano sul “fantasy”, mentre la sua natura casalinga esce fuori nei capitoli incentrati sul quotidiano.

Rispondiamo qui a due critiche piuttosto comuni:

🌸 Belldandy ha lasciato il suo mondo, e le sue sorelle, per Keiichi, ma in fondo questa è una metafora del “mettere su famiglia” abbandonando il nucleo familiare originale, così come la reazione di Urd e Skuld, che non tarderanno a trasferirsi insieme alla coppia, riflette la volontà di genitori e parenti di mettere becco nella nuova unione. È lecito volersi creare una nuova famiglia, senza tuttavia tagliare i ponti con la vecchia.

🌸 Belldandy mette sempre Keiichi al primo posto, a discapito di sé stessa, ma è la stessa cosa che fa lui nei suoi confronti, quindi si tratta di un rapporto paritario, per quanto idealizzato.
Belldandy ha comunque un rapporto molto forte con le sue sorelle, quindi – per quanto la relazione amorosa appaia preponderante – la sua vita non gira solo attorno a Keiichi, anzi: molti aspetti della sua vita da Dea gli sono totalmente oscuri. C’è un mondo intero che le orbita intorno ed è proprio questo che rende ancora più significativa la scelta di stare con un ‘semplice’ mortale.

Concludendo, quindi, la condizione di Belldandy deriva da una sua scelta, nonché da un’attitudine personale, non da una costrizione.
Questo ci porta ad un ragionamento decisamente controverso, per i tempi attuali: esistono donne che trovano la loro realizzazione personale nell’ambiente domestico, senza che questo costituisca una costrizione.

E se il modello di Belldandy rimanda a schermi più tradizionali, Oh Mia Dea! non esita comunque a mostrare altri modi di essere donna, dando spazio a figure variegate e realistiche, che vanno contro gli stereotipi di genere.

anime stuff: Oh My Goddess

Skuld, sorella minore di Belldandy, ricorda più un bambino pestifero che una ragazzina perbene; Megumi (sorella di Keiichi) è più diretta e sicura di sé del fratello, di cui non esita a prendersi gioco.
Entrambe dimostrano di possedere competenze in campi ancora tristemente monopolizzati dagli uomini, dallo sport (Megumi pratica softball, è appassionata di auto ed è campionessa di motociclismo) alla meccanica, fino all’ingegneria e alla robotica: Skuld, su questo fronte, è un vero e proprio enfant prodige, con un’intelligenza e un’inventiva superiore alla media di qualunque uomo attorno a lei.

Non parliamo, poi, della complessa caratterizzazione di Urd, la sorella maggiore: sensuale e sicura del proprio corpo, gioca a fare la marpiona, ma si rivela essere più spesso una pigra pantofolaia con un carattere irascibile, un’attitudine a ficcare il naso negli affari altrui e un’insana passione per la televisione.
In questo modo, Urd sovverte le aspettative dello spettatore in merito alla sua sensualità, che pur non esita a sfoggiare – quando ne ha voglia.

Delle tre dee, Urd è quella che aderisce di più allo stereotipo della strega, in virtù della sua natura di mezza demone: infatti, non esita a confezionare pozioni d’amore.
In questo, può ricordare anche il Dr. Bombay di Bewitched.

Per quanto la storia, e gli stessi personaggi, mettano in evidenza gli aspetti più irrealistici del personaggio di Belldandy, quelli più distruttivi di Urd o quelli più infantili di Skuld, nessuna delle caratterizzazioni femminili messe in evidenza in Oh Mia Dea! viene connotata in modo negativo.
Ad essere messe in luce sono sì le differenze, con eventuali contrasti, ma sempre in un’ottica di coesistenza, mettendo in scena un quadro variegato dell’umanità femminile, all’interno del quale può benissimo prender posto anche una figura come Belldandy, legata – genuinamente – a schemi più tradizionali di femminilità.
Nessun modo di essere donna è meglio di un altro, anche se il fatto che Belldandy goda delle attenzioni del protagonista sembra voler suggerire che sia lei il tipo di donna ideale per il lettore medio.

In questa scena, tratta dal terzo OAV, Urd nota che Belldandy trova piacevole e divertente cucinare e, perplessa e incuriosita, chiede di provare anche lei: lo troverà essere un lavoro noioso e faticoso, che proverà a compiere con la magia (quasi un riferimento a Bewitched) creando uno dei suoi soliti disastri.


La condizione di Belldandy, in fondo, ci mette di fronte all’ambiguità a cui vanno incontro le donne che, nella nostra epoca, decidono di dedicarsi esclusivamente alla casa e alla famiglia: ci si chiede se la loro sia una scelta autonoma o se sia dettata da un “contratto” invisibile, ma irrevocabile, firmato con la società.

A noi piace sperare in un mondo prossimo in cui nessuna delle scelte delle donne sia dettata dalla società, a prescindere dalla direzione verso cui questa spinga.
La vita di una donna, così come di un uomo, può anche essere volta alla dimensione domestica, se è quello che desidera.
E se mai ci si dovesse sentire prigionieri – in un ruolo, come in un altro – il primo passo verso la libertà potrebbe partire da un arricciamento del naso…

Bewitched | Bewitched tv show, Bewitching, I dream of jeannie

Articolo di: Leone Locatelli

Parte 1: Per leggere l’analisi del personaggio di Samantha
di Bewitched, clicca qui.

Parte 2:
Per saperne di più sulle antenate di Samantha
e su Jeannie di Strega Per Amore, clicca qui.

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Bibliografia

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Ringraziamenti

Grazie a Pietro Perrino per il consulto sulla mitologia greca e sulle streghe post-Bewitched.

Grazie a Silvio di Gregorio per il consulto su Charmed e su altri prodotti mediali di cui non abbiamo trattato.

Grazie a Lorenzo Manuel D’Anna e a Dario Rotelli per il confronto sulla connotazione di alcuni termini giapponesi.

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