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Marzo 1967

A 17 anni, Twiggy sbarca per la prima volta a New York. In Fifth Avenue, le ragazze sono ancora vestite come Jackie Kennedy. Questa è la prima scossa di un terremoto che sconvolgerà la moda e la società tutta.

Youthquake

1962-1965

“Stop! Sono arrivati gli inglesi!”

Diana Vreeland su Jean Shrimpton e David Bailey
La modella britannica Jean Shrimpton in posa a New York per il servizio fotografico di David Bailey (Vogue UK, 1962)

Nel 1965, la direttrice di Vogue USA, Diana Vreeland, coniò il termine Youthquake, dalla contrazione fra le parole Youth (‘giovinezza’) e Earthquake (‘terremoto’), per descrivere la rivoluzione in atto: per la prima volta, al centro dell’industria della moda c’erano i teenager, una nuova forza economica, sviluppatasi nel corso degli anni ’50, che ora reclamava un nuovo modo di vestirsi e nuove icone di stile a cui ispirarsi.

Prima di Twiggy, le fashion icon erano donne adulte: la First Lady Mamie Eisenhower, la Duchessa di Windsor e poi, nei primi anni ’60, Jackie Kennedy.
Anche Barbie segue questo stile, come notiamo dall’outfit della Career Girl del 1963 (a destra).
Clicca qui per scoprire come la più celebre fashion doll del mondo ha incarnato lo spirito dei tempi per oltre 60 anni.

Erano finiti i tempi dello stile elegante, femminile e maturo derivato dal New Look di Dior, e del monopolio di Jackie Kennedy come icona di stile, con i suoi completi coordinati di abito, cappello, guanti e borsetta.
I nuovi trend arrivavano dall’Inghilterra, portando alla ribalta mondiale la sottocultura britannica ‘mod‘, che diventa un vero e proprio stile di vita in grado di influenzare ogni aspetto della cultura giovanile, dalla musica alla moda, a suon di spensieratezza e ‘modernità’.
Nel 1962 sbarcarono negli Stati Uniti i Beatles e la modella Jean Shrimpton; nel 1965 fu la volta della minigonna di Mary Quant, poi arrivò Twiggy.

Il 2 novembre 1965, alla Melbourne Cup, Jean Shrimpton fece scalpore indossando un abito corto senza calze, guanti e cappello.

The Face Of ’66

Lesley Hornby, soprannominata “Twiggy” per le braccia e le gambe sottili come ramoscelli (‘twigs‘), viene scoperta a 16 anni dalla giornalista di moda Deirdre McSharry del Daily Express, che vede alcuni suoi scatti incorniciati sul muro del celebre hairstylist Leonard of Mayfair e chiede di poterla conoscere. Qualche mese prima, Twiggy si era fatta tagliare i capelli dallo chaffeur, in cerca di modelle su cui provare il suo nuovo taglio corto, e in tale circostanza era stata fotografata da Barry Lagetan. Quegli scatti diventeranno poi celeberrimi.

Qualche mese più tardi, McSharry lancerà la modella con un articolo che la presenta come “The Face Of ’66”, il volto del 1966. La nuova it-girl era una ragazzina della classe operaia con capelli biondi alla ‘maschietta’, occhi azzurri grandi e profondi, ciglia finte, un fisico magrissimo e abiti corti all’ultima moda. Come e perché questa illustre sconosciuta, figlia di un carpentiere e di un’operaia, ha sconvolto la moda internazionale nella seconda metà degli anni ’60?
Ecco il suo ‘terremoto’ giovanile in 3 scosse.

1. Il look

Look
L’insieme di tutti quei particolari che definiscono l’immagine, lo stile di una persona o di una cosa.

Voce tratta da Google Dictionary

La prima parte dell’analisi è incentrata sul look di Twiggy – dalla sue principali componenti alle connessioni con alcuni celebri ‘precedenti’, dagli anni ’20 agli anni ’50.

Infantile e androgina

Come spiega Amanda Hallay, i primi anni ’60 sono stati un’epoca di grandi cambiamenti, accompagnati da tragedie e traumi collettivi: John F. Kennedy, Martin Luther King e Malcolm X vengono assassinati; scoppiano gli scontri razziali e inizia la Guerra del Vietnam, mentre sullo sfondo aleggia lo spettro della Guerra Fredda. I giovani cominciano ad aderire ai movimenti di protesta per i diritti civili e per la liberazione della donna, incolpando i propri genitori di tutti i problemi che affliggono il mondo e, soprattutto, gli Stati Uniti. In questo contesto, le teenager americane cominciano a indugiare nel lato più infantile (e giocoso) della loro giovinezza, ispirandosi all’Inghilterra come nuova patria della spensieratezza, ben rappresentata dal fenomeno dei Beatles.

Avendo sfogliato tutti i numeri di Vogue a partire dagli anni ’20, Miss Paige nota come la prima menzione al fatto di ‘apparire più giovani’ come trend di bellezza risalga al 1962 – una data perfettamente in linea con l’inizio del fenomeno Youthquake –, citando Lolita (1962) come possibile ispirazione.

Da un lato c’è la paura di diventare adulte, andando incontro a quel mondo terribile e spaventoso di cui si sente parlare al telegiornale, dall’altro c’è la volontà di abbracciare un periodo, quello dell’infanzia, che concede loro maggiore libertà di pensiero e di azione (un concetto che sarà al centro del successivo Girl Power), cristallizzandole nell’età pre-matrimoniale, mentre una visione più pessimista arriva da Miss Paige: in un momento in cui le donne stavano ottenendo sempre più diritti, queste vengono spinte ad assumere tratti infantili risultando dunque più innocue.

Il look di Twiggy viene ripreso da Emma Bunton in una sequenza di Spice Girls – il film (1997): all’epoca anche la cantante, soprannominata Baby Spice, puntava su un’allure infantile.

Qualunque sia il motivo, le ragazze degli anni ’60 sentono il bisogno di distinguersi dalla generazione dei propri genitori portando all’estremo la loro giovinezza, e optando per outfit che le loro madri non avrebbero mai potuto indossare. Via libera a fiocchi, fiorellini, colori sgargianti e tonalità pastello, quindi, fino ad assomigliare sempre più a delle bambine (e a delle bambole – da qui il nome dolly birds, che identifica le ragazze che adottavano lo stile in questione), con abitini, babydoll e calzettoni da indossare con le Mary Jane.

E così, anche il trucco enfatizza ciglia e occhioni da bimba o da bambola, mentre il rossetto, in contrasto con il rosso fuoco degli anni ’50, diventa più naturale, leggero, giovanile.
Per quanto riguarda le capigliature, vanno di gran moda frangette e cerchietti, codini e fiocchetti.

Manifesto pubblicitario della marca di cosmetici Yardley Of London, 1967

Le modelle sulle riviste di moda – da Jean Shrimpton a Twiggy, passando per Pattie Boyd – enfatizzavano la propria giovinezza attraversi sguardi teneri ed innocenti e pose infantili e scomposte, con dita vicino alla bocca, braccia che spesso stringevano a sé morbidi peluche (o bambole, o palloncini, o altri oggetti-simbolo dell’infanzia) e gambe ‘storte’ (a X) o attorcigliate.

Un orsetto di peluche sbuca nel celebre photoshoot di Jean Shrimpton citato in apertura.

Pattie Boyd posa con due peluche e un look infantile nell’abbigliamento e nella capigliatura.

Twiggy in posa con le gambe ‘storte’, come una ragazzina: a sinistra stringe a sé un peluche e a destra tiene in mano un palloncino.

Questo stile poteva costituire una forma di protesta analoga a quella evidenziata da Sharon Kinsella in relazione al fenomeno del kawaii (lett. carino) fra le ragazze giapponesi degli anni ’80, giungendo ad una conclusione che appare valida ancora oggi: “vestirsi in modo carino costituiva una sorta di ribellione o un rifiuto di cooperare con valori sociali […] prestabiliti”.

Pattie Boyd per Vogue, 1967

La ribellione passava anche attraverso la rottura delle norme di genere e quindi, se il trend generale era quello della giovinezza, non mancavano certo varianti più androgine, come testimonia il successo del caschetto di Vidal Sassoon, reso popolare dalla stilista Mary Quant.

È indubbio che la stessa Twiggy basasse gran parte del suo successo su un aspetto bambinesco virato sull’ambiguità sessuale, da lei presentata come un travestimento, un gioco. Nel 1967, Look pubblicava un articolo il cui titolo suggeriva una sua mancata conformità di genere (“Is it a girl? Is it a boy? No, it’s Twiggy”), mentre Seventeen scriveva che la modella stava “generando il genere della sua generazione”.

Twiggy adotta alcuni elementi dal guardaroba maschile in questo completo con gilet disegnato da Mary Quant.

L’estetica infantile viene portata all’estremo in questi scatti del 1967 che vedono la modella Peggy Moffitt indossare outfit di Rudi Gernreich che ricordano le divise scolastiche dei bambini della scuola elementare.

I precedenti

In principio fu la flapper

Il look di Twiggy è composto da una serie di elementi che possono farci pensare allo stile androgino e sbarazzino delle flapper degli anni ’20, che molto ha a che fare con l’estetica ‘mod’ degli anni ’60. Capelli corti, corpi magri e poco formosi, abiti corti e un trucco incentrato sugli occhi. A completare il quadro c’è un’allure infantile, ma anche provocante e talvolta sessualmente ambigua, e poi l’amore per la musica e il divertimento ad accompagnare una gioventù ribelle: sia le flapper che le ragazze ‘mod‘ rifiutavano i valori morali ed estetici dei loro genitori abbracciando stili di vita ‘moderni’.

In entrambi i casi, lo spirito dei tempi fu scandito da grandi vittorie e rivoluzioni (il suffragio universale per le prime, la liberazione sessuale per le seconde), garantite dal fermento dei più importanti movimenti sociali delle rispettive epoche (femminismo di prima e seconda ondata), e accompagnate da una rinnovata prosperità economica. Le circostanze incitavano i giovani non solo a divertirsi, usufruendo di un’inedita libertà, ma anche a sfidare l’autorità (i propri genitori e in generale le generazioni precedenti), auspicando per un cambiamento nel mondo degli adulti (da qui la protesta contro il proibizionismo o la guerra nel Vietnam), mentre sullo sfondo avevano luogo grandi fenomeni di massa (da un lato il jazz, dall’altro la British Invasion) che avrebbero cambiato per sempre la storia del costume.

Sia nel caso delle flapper che in quello delle ragazze ‘mod‘, la moda rispecchiava la crescente emancipazione femminile (a cui si accompagnavano maggiori possibilità di istruzione e di lavoro fuori da casa), con un conseguente stravolgimento dei ruoli di genere, in aperto contrasto con gli ideali (anche estetici) della generazione precedente. Si abbandona la rigida iperfemminilità dei modelli in auge nei decenni appena trascorsi – da un lato la Gibson Girl (con un corpo a S forgiato da corsetti e imbottiture), dall’altro le pin-up e le star del cinema degli anni ’50 (con fisici a clessidra modellati dal New Look) – in favore di corpi più magri e meno formosi, che potevano apparire infantili e androgini, ma che erano sicuramente più liberi di muoversi, essendo esonerati da corsetti restrittivi e orli ingombranti.

Oltre al fisico, possiamo elencare altri elementi che accomunano il look delle flapper e quello delle ‘mod‘:

capelli corti che mettevano in luce non solo il lato più androgino di questi nuovi modelli, ma anche una praticità in linea con lo stile di vita delle ragazze ‘moderne’, sempre in movimento fra balli scatenati e impegni diurni al di fuori delle mura domestiche;
gonne corte che scandalizzavano i benpensanti di entrambe le epoche, permettendo (come dicevamo) una maggiore possibilità di movimento;
make-up che si concentrava particolarmente sugli occhi, con un ampio utilizzo del mascara.

Twiggy indossa abiti tipici della moda degli anni ’20 in questo servizio fotografico del 1966.
In basso la vediamo (a destra) a confronto con una flapper (a sinistra, foto scattata nel 1922).

Inoltre, anche le flapper enfatizzavano il lato più infantile della loro giovane età per differenziarsi dai propri genitori (e dagli adulti in generale), posando con peluche e bambole.

Sopra: Twiggy posa con un orsetto di peluche nel 1966.
Sotto: l’attrice americana Edna Wallace Hooper, soprannominata ‘la flapper eterna’, posa con un cane di peluche nel 1923.

Sopra: Clara Bow in Cosetta (1927)
Sotto: una modella posa con due bambole (boudoir doll)

Infine, uno stile più androgino era incarnato dalle garçonne, spesso erroneamente confuse con le flapper. A differenza di queste ultime, le garçonne prediligevano capi ‘maschili’, talvolta abbinati ad altri ‘femminili’ (ad es. la giacca di un completo da uomo indossata con la gonna).

Lo stile di Twiggy ricorda maggiormente quello delle flapper per gli abiti corti e l’allure infantile, ma la modella ha anche posato diverse volte in abiti maschili: qui la vediamo (a sinistra) a paragone con una garçonne degli anni ’20 (a destra).

L’influenza della gamine

Per chiudere la prima parte della nostra analisi, occorre ricordare che, a contrastare l’ideale estetico della diva anni ’50, era già stata Audrey Hepburn. L’attrice ha incarnato l’archetipo della gamine, presente fin dai tempi del cinema muto.
Gamine è il femminile della parola francese gamin, che sta ad indicare un ‘monello di strada’ (urchin) o un ‘orfanello’ (waif) in virtù dell’aspetto infantile, etereo, innocente e al contempo ‘birichino’ portato alla ribalta da Audrey Hepburn fin dal suo debutto in Vacanze romane (1953). Per descriverla, giornalisti e critici dell’epoca hanno spesso utilizzato il termine elfin, che l’associa ad un elfo o a un folletto dei boschi, dipingendola come una creatura quasi asessuata. Anche il taglio corto che sfoggia in Sabrina, il cosiddetto pixie cut, fa riferimento ad una creatura magica – la ‘fatina’ della tradizione anglosassone – senza sesso e senza età.

A destra: Mary Martin, che ha interpretato Tinkerbell di Peter Pan a Broadway e in televisione, contribuendo alla popolarizzazione del pixie cut, come suggerisce David Roberts.
A sinistra: Audrey Hepburn a Broadway nel ruolo di Ondine nell’omonimo musical nel 1954.

Il fatto di associarla a questo tipo di creature non mette dunque in luce solo il suo aspetto tenero e delicato, ma anche la sua androginia, evidenziata non solo dai capelli corti e dal fisico gracile e poco formoso, ma anche dall’abbigliamento, che passava dall’eleganza degli abiti da sera alla praticità di capi che oggi potremmo considerare gender neutral, ma che all’epoca erano più facilmente considerati ‘maschili’ e che quindi potevano far loro guadagnare la nomea di tomboy (‘maschiaccio’).

Fra i capi più indossati dalle gamine c’erano camicie, maglie a maniche lunghe e pantaloni a pinocchietto (capri pants), da indossare con le ballerine.

Dopotutto, le gamine degli anni ’50 tendevano ad adottare look che le facessero assomigliare a dei bambini (maschi) secondo le convenzioni della loro epoca: maglie a righe orizzontali, pantaloncini corti, completi alla marinaretta…

In alto: Audrey Hepburn.
In basso: a sinistra Jean Seberg in una foto promozionale per Il ruggito del topo (1959) e a destra l’omaggio di Madonna nel video musicale di Papa Don’t Preach (1986)

Il caso di Audrey è tuttavia particolare in quanto la sua immagine si lega fin da subito all’alta moda, tanto che secondo Don Macpherson si tratta della “prima gamine ad essere accettata come prepotentemente chic“, dal momento che “il suo candore non interferiva con la sua raffinatezza”.

Pur restando legata ad un gusto bon-ton squisitamente anni ’50, Audrey Hepburn ha comunque aperto la strada a Twiggy sotto diversi aspetti, reintroducendo un ideale di bellezza androgino e infantile, in pieno contrasto con la sensualità della prosperosa Marilyn Monroe. Possiamo notare, inoltre, come nel make-up di Audrey risultino preponderanti gli occhi (grandi e dolci, ‘da cerbiatta’) rispetto alle labbra (enfatizzate dal rossetto, nel caso di Marilyn).

2. Il corpo

Leggi qui la seconda parte dell’analisi.
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Si ringrazia David Roberts, professore di History Of Fashion presso il Marist College di Poughkeepsie, New York, per la consulenza.

Bibliografia

Eldridge, Ying-bei, Between Feminism and Femininity: Shifting Cultural Representations of Girlhood in the 1960s, 2017.

Kinsella, Sharon. “Cuties In Japan” in Women, Media and Consumption in Japan, 1995.

MacPherson, Don. Stars of the Screen, 1989.

Moseley, Rachel. Trousers and tiaras: growing up with Audrey Hepburn, 2000.

Sitografia

https://www.anothermag.com/fashion-beauty/7954/the-political-history-of-the-babydoll-dress

https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/specials/magazine4/articles/twiggy.html

https://byronsmuse.wordpress.com/tag/dolly-bird/

https://fashionhistory.fitnyc.edu/roaring-swinging-flappers-and-mods/

http://mandy-morello.com/60s-dolly-girls/

https://thevintagewomanmagazine.com/lolita-twiggy-patriarchy-oh-my-1960s-fashion-the-waves-of-feminism/

https://www.youtube.com/watch?v=Y8d13xmIh5s

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